Manager all’estero: un fenomeno in crescita
Il flusso di talenti italiani che scelgono di intraprendere una carriera manageriale all’estero è un fenomeno consolidato e in continua evoluzione, che riflette sia le sfide che le opportunità offerte dal mercato del lavoro globale. Lungi dall’essere un mero “brain drain”, l‘espatrio dei manager italiani rappresenta una dinamica complessa, fatta di ambizioni personali, ricerca di nuove sfide e, in molti casi, la constatazione di un ambiente professionale più recettivo e meritocratico oltre i confini nazionali.
Non esiste un censimento preciso e aggiornato in tempo reale del numero esatto di manager italiani che operano all’estero, data la fluidità del fenomeno e la varietà di contratti e status occupazionali. Come i nostri lettori sanno la stessa distinzione tra Dirigenti e Quadri che esiste in Italia non trova rispondenza in altri paesi. Le stime più accreditate indicano che oltre 20.000 manager italiani abbiano scelto una carriera internazionale. Questa cifra include sia coloro che si trasferiscono con un contratto straniero, la maggioranza, sia un gruppo più ristretto che mantiene un contratto da dirigente nazionale, spesso in aziende multinazionali con sede in Italia.
I dati, seppur con un certo ritardo fisiologico, mostrano una crescita costante. Già nel 2016, si registrava un aumento del 24% dei dirigenti italiani con contratto nazionale all’estero rispetto al 2008, a testimonianza di una tendenza di lungo periodo. Questo flusso non accenna a diminuire, anzi, sembra rafforzarsi, con implicazioni significative per il sistema economico e sociale italiano. Secondo elaborazioni di Manageritalia sui dati INPS (riferiti al 2016), c’erano 1.579 dirigenti italiani che lavoravano all’estero mantenendo un contratto da dirigente nazionale. Questi sono cresciuti del 24% tra il 2008 e il 2016. La maggior parte di essi (94,4%) erano uomini. L’indagine non ha censito i Quadri direttivi che non essendo rappresentati da Manageritalia nel contratto nazionale non sono oggetto della ricerca.
Le ragioni che spingono un manager italiano a cercare fortuna all’estero sono molteplici e spesso interconnesse:
Opportunità di Crescita e Carriera: Molti manager percepiscono un mercato del lavoro italiano più statico, con minori possibilità di avanzamento professionale e di accesso a posizioni di rilievo rispetto ai contesti internazionali. All’estero, in particolare in mercati più dinamici, le occasioni di assumere responsabilità maggiori e di lavorare su progetti ambiziosi sono spesso più numerose.
Un fattore determinante è indubbiamente la retribuzione. I pacchetti salariali e i benefit offerti all’estero, specialmente in settori ad alta specializzazione o in economie più robuste, sono generalmente più competitivi rispetto all’Italia. Questo non riguarda solo lo stipendio base, ma anche bonus, piani di incentivo e benefit accessori. Un tema ricorrente tra i manager espatriati è la maggiore enfasi sulla meritocrazia e sulla valutazione delle competenze nei contesti lavorativi esteri. L’idea che il merito e l’impegno siano più riconosciuti e premiati funge da potente attrattore. Al di là degli aspetti puramente economici e di carriera, l’esperienza di vivere e lavorare in un contesto culturale diverso è un fattore di grande arricchimento personale e professionale. Permette di sviluppare nuove prospettive, affinare le capacità interculturali e ampliare il proprio network.
Un aspetto interessante e, per certi versi, preoccupante emerso da recenti indagini (come quella di AstraRicerche per Manageritalia e Kilpatrick Group) riguarda la propensione al rientro in Italia. Se dieci anni fa quasi la metà dei manager italiani all’estero (43,6%) manifestava il desiderio di tornare, oggi questa percentuale è scesa drasticamente a poco più del 20%.
Questo calo può essere interpretato come un segnale che le condizioni percepite in Italia, in termini di opportunità e riconoscimento, non sono migliorate in modo significativo da incentivare un rientro. La solidità delle carriere costruite all’estero, la qualità della vita trovata e la retribuzione più elevata rendono spesso il ritorno una scelta economicamente e professionalmente svantaggiosa.
Il fenomeno dei manager italiani all’estero presenta sia opportunità che sfide per il nostro Paese. Da un lato, questi professionisti diventano ambasciatori del “Made in Italy” nel mondo, veicolando competenze e valori. Possono rappresentare un ponte prezioso per l’internazionalizzazione delle imprese italiane e per l’attrazione di investimenti.
Dall’altro lato, la loro partenza costituisce una perdita di capitale umano qualificato e di leadership, che potrebbe contribuire in modo significativo alla crescita e all’innovazione in Italia. La sfida per l’Italia è creare un ambiente che sia non solo capace di trattenere i propri talenti, ma anche di attrarre coloro che hanno maturato esperienze di successo all’estero. Questo significa investire in ricerca e sviluppo, promuovere una cultura aziendale più dinamica e meritocratica, e offrire retribuzioni competitive e opportunità di crescita concrete.
Il manager italiano all’estero non è più un’eccezione, ma una figura sempre più comune e, in molti casi, una scelta ponderata e vincente. Comprendere appieno le dinamiche di questo fenomeno è fondamentale per l’Italia, al fine di trasformare una potenziale emorragia di talenti in un’opportunità di connessione e sviluppo globale.
