Luglio 24

Pensioni: le proposte di CGIL, CISL, UIL

Il governo marcia spedito verso una riforma che tutto ha che essere concordata con le parti sindacali (mentre scriviamo resta fermo il punto espresso dal Governo su quota 102) , Infoquadri vuole fare chiarezza riportando anche la sintesi della piattaforma Cgil, Cisl e Uil presentata al governo ormai otto mesi fa. Si tratta di una piattaforma unitaria orientata ad una maggiore flessibilità in uscita e sulla tutela dei giovani che entrano sempre più tardi nel mondo del lavoro e rischiano di trovarsi senza pensioni “dignitose”.
I sindacati confederati sottolineano che lo “scalone”, il passaggio da Quota 100 al regime ordinario post legge Fornero, va evitato ma non attraverso le ipotizzate quota 102 e 104 che, tra il 2022 e il 2023, secondo l’analisi compiuta dal centro studi Cgil coinvolgerebbe solo 10 mila persone ma su una flessibilità in uscita concessa a tutti i lavoratori e senza penalizzazioni per chi ha contributi prima del 1996, a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. Creare una pensione contributiva di garanzia, collegata ed eventualmente graduata rispetto al numero di anni di lavoro e di contributi versati, che consideri e valorizzi previdenzialmente anche i periodi di disoccupazione, di attività di cura in ambito familiare, di formazione e di basse retribuzioni, per assicurare a tutti un assegno pensionistico dignitoso, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale. Ridurre i vincoli che limitano l’accesso alla pensione per i più giovani (un importo minimo di pensione non inferiore a 2,8 e 1,5 volte l’assegno sociale per accedere alla pensione anticipata e di vecchiaia nel sistema contributivo). Il lavoro di cura non retribuito, svolto in prevalenza dalle donne, è una voce fondamentale del welfare del nostro Paese ed è necessario tenerne conto a livello previdenziale con misure adeguate, come il riconoscimento di dodici mesi di anticipo per ogni figlio (o a scelta della lavoratrice una maggiorazione del coefficiente di trasformazione) e la valorizzazione ai fini pensionistici del lavoro di cura di persone disabili o non-autosufficienti in ambito familiare.

Altra richiesta dei sindacati confederali è di rendere strutturale opzione donna e di estendere e garantire strutturalmente condizioni più favorevoli per l’accesso alla pensione delle categorie più deboli, a iniziare da quelle che rientrano nell’Ape sociale (disoccupati, invalidi, coloro che assistono un familiare con disabilità e chi ha svolto lavori gravosi o usuranti). In questo contesto è necessario tutelare la figura dei “lavoratori fragili” che nell’emergenza sanitaria sono più esposti ai rischi del contagio e occorre ampliare la categoria dei disoccupati.
Altro punto della piattaforma proposta è la garanzia di tutela dei redditi da pensione, particolarmente colpiti in questi anni, attraverso il rafforzamento e l’ampliamento della “quattordicesima”, una minore tassazione fiscale e il ripristino della piena rivalutazione delle pensioni.

Secondo i sindacati bisogna rilanciare le adesioni alla previdenza complementare negoziale, rendendola effettivamente accessibile anche a chi lavora nelle piccole imprese e ai giovani. Inoltre è necessario promuovere i fondi pensione negoziali anche nei settori ancora esclusi come il comparto sicurezza e rafforzare ed estendere gli strumenti che possono accompagnare le persone dal lavoro alla pensione utili a gestire processi di ristrutturazione o crisi aziendale o per favorire il ricambio generazionale.

Ultimo punto delle proposte è intervenire nel modificare l’automatismo che lega i requisisti pensionistici alla speranza di vita che oggi, a seguito della manovra estiva del 2009 (la legge 102) indica che l’accesso al sistema pensionistico italiano dovesse essere adeguato all’incremento della speranza di vita accertato dall’Istat con riferimento al quinquennio precedente. In concreto, se la vita media aumenta ci sarà un adeguamento dei requisiti per l’accesso alla pensione. La legge 102 prevede tre mesi di aumento ogni cinque anni a partire dal 2015. Successivamente la legge 122 del 2010 introduce l’aumento ogni tre anni (e non cinque).
Una piattaforma che è molto articolata e sulla quale i sindacati sono pronti al confronto con il governo.