Non tutti sanno che il codice civile italiano del 1942 è il nipote diretto di quello napoleonico del 1804: a differenza di Fiat o Telecom, dunque, il nostro diritto privato parla da sempre un po’ francese. Come un vecchio armadio, profuma tuttora di quella burocrazia d’oltralpe che, ben prima di noi, ha importato il lessico militare negli uffici della pubblica amministrazione e, di rimando, nell’impresa privata. Da questa osmosi tra “cavalleria” e “borghesia” nasce pertanto l’attuale termine “Quadro”, che in origine si limitava a designare il tableau in cui venivano elencati gli ufficiali dell’esercito; e analogamente a quanto succedeva negli eserciti, nei ministeri e nelle aziende i Quadri si sono subito differenziati, nei rispettivi ranghi, dalle altre categorie di lavoratori.

Come ricorda l’autorevole dizionario Larousse, i Quadri si configurano infatti in modo del tutto peculiare: si distinguono sia dalla classe operaia, per istruzione e tenore di vita, sia dagli impiegati, in ragione dei compiti svolti; lavoratori subordinati e non liberi professionisti, sono ciononostante parte di un élite, ma più raramente notabili, in quanto privi di tradizione familiare e sociale; sono infine tecnici, ma non tecnocrati, in quanto manca loro un vero potere decisionale e strategico. Non siamo affatto lontani dall’articolo 2095 del nostro Codice Civile, che definisce tuttora i Quadri come i prestatori di lavoro subordinato che, pur non essendo dirigenti, svolgono funzioni con carattere continuativo di rilevante importanza ai fini dello sviluppo e dell’attuazione degli obiettivi dell’impresa. Concetto ulteriormente specificato, come si addice alla nostra gerarchia delle fonti, dai contratti nazionali di categoria: all’art. 87 il CCNL bancario in vigore definisce – con enfasi ancora maggiore – “Quadri direttivi” le lavoratrici/lavoratori che, pur non appartenendo alla categoria dei dirigenti, siano stabilmente incaricati dall’impresa di svolgere, in via continuativa e prevalente, mansioni che comportino elevate responsabilità funzionali ed elevata preparazione professionale e/o particolari specializzazioni […] ovvero elevate responsabilità nella direzione, nel coordinamento e/o controllo di altre lavoratrici/lavoratori appartenenti alla presente categoria e/o alla 3ª area professionale.

Per decenni, in linea con la crescita in numero dei bancari e con la maggiore complessità dei processi operativi, i Quadri Direttivi hanno assunto nelle Banche un ruolo centrale: più stabili dei dirigenti, di norma più qualificati o esperti degli impiegati, hanno di fatto orientato lo sviluppo e l’attuazione degli obiettivi dell’impresa nel medio-lungo periodo. Con la riduzione progressiva del valore aggiunto delle retribuzioni bancarie, unitamente alle massicce ristrutturazioni e fusioni intervenute nel settore creditizio, la figura del Quadro Direttivo ha subìto negli anni un ridimensionamento: in qualche caso motivato, nel bilanciamento di interessi, dalla necessità di garantire la continuità dei livelli occupazionali; più spesso, il danno collaterale di un bieco tentativo di ridurre le dinamiche decisionali ad una logica verticale che contrapponesse i livelli dirigenziali a quelli impiegatizi.

Se qualche concessione contrattuale c’è stata a livello sindacale in termini di fungibilità tra i diversi livelli della categoria, di certo non si può accettare un demansionamento di fatto dei Quadri Direttivi bancari al livello impiegatizio: come infatti ribadito più volte dalla giurisprudenza e dalla dottrina, un impiegato con un elevato grado di autonomia rimane comunque ben distinto dalla figura del quadro, a cui devono essere garantite modalità peculiari di esercizio della funzione. Dunque un Quadro Direttivo bancario rimane tale, nella sua dignità professionale e personale, qualora gli venga riconosciuta la possibilità di fornire in modo autonomo e responsabile il proprio contributo al perseguimento degli obiettivi assegnati; nonché la possibilità di dirigere, coordinare e controllare altre risorse. Eliminare o marginalizzare la figura del Quadro Direttivo – non solo in senso formale, ma ancor di più in senso sostanziale – non è soltanto un attacco alle persone, con tutto il portato di demotivazione e inefficienza operativa che ciò comporta: è un pericoloso attacco alla democrazia lavorativa nelle banche, in quanto per sua natura – contrattuale, esperienziale e relazionale – la categoria è quella più indicata a garantire il pluralismo decisionale e l’esercizio del dissenso.

La solitudine del Quadro Direttivo nel suo isolamento tra processi decisionali imposti e processi esecutivi subìti ricorda da vicino il desolante panorama descritto anni orsono in un simpatico volume intitolato Banca Vuota Spa, a metà tra il fantozziano e il grottesco: uno scenario che sia il giurista, per amore del diritto, che il dirigente sindacale, per amore dei diritti, hanno il dovere di scongiurare con la massima determinazione.

Giovanni Lippa Liberale

Giurista e Dirigente Sindacale

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