Luglio 24

Economia Quantistica: verso una nuova dimensione dell’economia

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Meglio sgomberare fin da subito il campo da fraintendimenti e pseudoscienze: l’espressione economia quantistica non è l’ennesimo sfacciato tentativo di sfruttare impropriamente la parola quantum. È, invece, il racconto di come i modelli economici globali stiano evolvendo verso dinamiche che hanno alcune assonanze con i princìpi della meccanica quantistica e con la fisica dell’ultimo secolo, almeno per come questi temi sono entrati nella percezione del grande pubblico.
La consapevolezza che i modelli economici classici sviluppati dai tempi di Adam Smith a oggi sono efficaci per comprendere il recente passato, poco per spiegare il presente, per nulla utilizzabili per prevedere il futuro. Proprio il futuro del capitalismo si può affermare sia talmente complesso da affermare che, così come per la fisica dell’infinitamente piccolo che è appunto chiamata quantistica, che non è sempre prevedibile a priori, né è deterministico non si può approcciare ad una previsione senza scomporre i macrofenomeni in piccoli eventi.
L’espressione economia quantistica si è venuta a chiarie con il contributo di molti studiosi come approccio multidisciplinare ai modelli economici globali per capire come essi evolvono verso dinamiche che somigliano sempre di più alle teorie di meccanica quantistica e della fisica dell’ultimo secolo.
Nel 1978, un fisico inglese Michael Berry provò a prevedere il percorso di una palla da biliardo per spiegare come la complessità sia una variabile da considerare sempre come variabile potenziale, egli dimostrò che per determinare la traiettoria di una palla da biliardo su un tavolo fosse piuttosto semplice per il primo tiro, conoscendo poche variabili elementari come la forza impressa e l’attrito dal tavolo, ipotizzare il primo impatto fosse certo. Le cose diventano poi più complesse se a priori si cerca di determinare la traiettoria della palla da biliardo dopo i primi tre o quattro tiri, impossibile dal quinto tiro in poi. Bisogna tenere in considerazione una enorme quantità di variabili sul tavolo, mentre, per il cinquantaseiesimo, servirebbero assunzioni su ogni particella dell’Universo.
Se prevedere il percorso di una semplice palla da biliardo è così complesso, è evidente che è difficile prevedere quale sarà l’impatto sull’economia di un paese di ogni singola scelta su occupazione, redditi, consumi, risorse ecc soprattutto in un contesto in cui le decisioni messe in campo da un governo si sommano con quelle messe in campo da altri governi e da quelle messe in campo da sovra nazioni. In termini generali, la macroeconomia è molto più vicina alla multi-dimensione quantistica rispetto a un semplice modello lineare. È una realtà caotica con molte analogie con la storia della scienza, come avvenuto per la fisica newtoniana dove si è confutato la teoria classica di Isaac Newton che oggi sappiamo ha fissato leggi sulla dinamica che non erano le più generali possibili, e per questo abbiamo creato la fisica moderna.
Per Anders Indset, imprenditore, autore e docente universitario che dalla sua Norvegia si è fatto conoscere un po’ in tutto il mondo come il filosofo del business il parallelo tra scienza della materia e modelli di business è più una suggestione che una teoria rigorosa, ma i punti di contatto abbondano. “Gli esperti di quantistica descrivono le leggi che governano il comportamento di onde e particelle, e raccontano di analogie tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Il cosiddetto collasso della funzione d’onda nella fisica quantistica potrebbe corrispondere, in economia, al voler analizzare i dati a posteriori e cercare di farli rientrare negli schemi che già abbiamo. Insomma, vogliamo adeguare la realtà ai nostri modelli. Quello che servirebbe è invece un cambio di prospettiva, il riconoscere che l’esito di una misura economica può dipendere dall’osservatore che la esegue, l’includere nei modelli quelle relazioni e quelle connessioni che ancora ci sfuggono”. Il risultato per Indset e che “ci accorgeremmo non solo che gli andamenti economici non sono prevedibili con certezza, ma soprattutto ci renderemmo conto che gli attuali modelli di riferimento non possono funzionare a lungo termine, perché sono basati su un concetto che non regge: quello di crescita infinita. E la parola collasso credo si adatti molto bene a ciò che sta accadendo all’ambiente e al clima a causa del sovra-sfruttamento delle risorse naturali. Mi pare riduttivo parlare di cambiamento climatico, lo definirei piuttosto un collasso climatico globale”.
Volendo interpretare l’economia usando la metafora della quantistica, il primo passo è iniziare a pensare all’imprenditoria come qualcosa che vada oltre i numeri: il business è giocare con l’infinito. Steve Jobs era davvero un imprenditore rivoluzionario perché aveva una visione che andava ben oltre i suoi prodotti e la sua azienda, dove alcune delle leggi basilari di economia sono state completamente riscritte non secondo tradizione (mercato vs consumi) ma con riferimento a processi di creazione del bisogno e di consumo mai visti prima (prodotto centrico). Oggi Apple compete con Samsung sui singoli prodotti da lanciare sul mercato, e probabilmente queste aziende saranno le prossime a finire come Nokia se domani non si adatteranno a nuovi e più complessi cambiamenti.
Per la Q-Economy il concetto di infinito si lega anche a quello di economia circolare infinita. Se un prodotto non è inquadrabile in un processo perfettamente circolare, non ha più speranza per il futuro, mentre se è interamente riciclabile allora può continuare a funzionare. Ecco questo rappresenta un tema che l’economia non aveva affrontato mai prima, figlia della legge di crescita infinita, di massimizzazione del profitto e che non avveva considerato che il futuro per essere davvero sostenibile doveva necessariamente essere (in parte) basato sull’economia circolare. Ecco quindi che il prodotto diventa esso stesso un servizio, perché rappresenta un prendere in prestito dei pezzettini di natura con l’intento di restituirli così com’erano. È ovvio: una bottiglia di plastica che impiega secoli a decomporsi non ha più senso di esistere. Nasce allora il concetto di as-a-service che è estendibile a moltissimi segmenti imprenditoriale. Come consumatori non ci preoccuperemo più delle singole lampadine o dell’energia per farle funzionare, ma entreremo nel paradigma della light-as-a-service, perché quello che ci serve davvero è l’illuminazione. Non ci occorrono in futuro banche, ma servizi bancari e accesso alle funzionalità. La persona allo sportello in filiale già oggi di fatto ha perso il suo scopo, perché nella pratica tutto viene deciso da un sistema informatico. Lo stesso vale per gli occhiali o per le lenti a contatto, in cui il vero servizio è il farci vedere bene, o per la rasatura, in cui non importa come sia fatto il rasoio o chi lo possegga, ma il beneficio che se ne trae. Un futuro che ha riflessi diretti nel lavoro sempre più disintermediato e dove il rapporto tra produzione e salario non è più diretto. Il driver non è più il lavoro con la sua componente umana, che produce ricchezza e diventa il traino dell’economia.

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