Giugno 24

Libro del mese: Algocrazia

0

ALGOCRAZIA

Francesco Donato Perillo

Guerini e Associati Next

Pag.146, € 17.50

Perché leggerlo: è un libro che invita a riflettere su come l’evoluzione del digitale, accelerato dall’avvento della Intelligenza artificiale Generativa sta cambiando il nostro mondo e perché più tecnologia richiede una visione più umanistica, capace di porsi domande che le macchine sfuggono porsi.

ALGOCRAZIA

Di Francesco Donato Perillo, ex manager del Gruppo Alenia, scrittore, filosofo di formazione (allievo di Aldo Masullo) e docente universitario, ho letto quasi tutti i suoi articoli pubblicati su Persone e Conoscenza. Riflessioni ricche di ispirazione che fanno di questo autore uno dei rari casi in cui il pensiero filosofico e quello manageriale s’incontrano felicemente. L’autore ha una visione umanistica che induce imprenditori e manager a guardare oltre il breve termine, a porsi domande dirompenti, a riflettere su opportunità e rischi della transizione digitale, oggi al centro di un infuocato dibattito. E al contempo, invita i filosofi a considerare le difficoltà che i manager stanno attraversando in quest’era dove è la concezione stessa del lavoro a dover essere ripensata, a porsi domande scomode, ad abbandonare modelli mentali rassicuranti, sino a ieri generatori di successi, oggi obsoleti.

Leggendo i suoi articoli mi sono chiesto come mai quel patrimonio di riflessioni non sia confluito in un libro di più ampio respiro. Oggi la risposta è arrivata, si chiama Algocrazia. 140 pagine che, con stile breve, dal taglio giornalistico, riesce a dire più di tanti manuali dalla mole esuberante e la lettura estenuante. In Algocrazia confluiscono articoli e saggi pubblicati in varie riviste, rimaneggiati e aggiornati per stare al passo dei rapidi cambiamenti indotti da una tecnologia. Ciò che ne viene fuori è un’ampiezza di riflessioni sul ruolo del manager e dell’impresa in questa fase di profonde trasformazioni. Già in passato Gary Hamal, con nel suo celebre Il futuro del management (2008), aveva sollevato la questione, oggi accelerata dagli sviluppi della Intelligenza Artificiale che suscita entusiasmi e paure.

“Di fronte al potere digitale manager e dipendenti rischiano di venire assoggettati ai comandi sempre più pervasivi delle macchine. Gli algoritmi prendono potere autoalimentandosi con i Big Data. Se essi saranno svincolati dalla supervisione e dalle decisioni umane rischiano di diventare “i nuovi dirigenti” di domani dotati di capacità computazionali, di analisi e decisioni sovraumane” In altre parole, assisteremo alla nascita di un’algocrazia. A furia di passi avanti si rischia di tornare indietro, “un ritorno alla cultura gestionale fordista non più esercitata dalla catena di montaggio, ma dalla pervasività degli algoritmi di sistemi sempre più autoevolventisi, che non ci metterà in grado di dominare la tecnologia usandola come strumento anziché come fine”.

Che ne sarà del potere direttivo, dell’esperienza e dell’intuito dei manager? Potranno ancora avere l’ultima parola su decisioni sensibili quali licenziare, dismettere, ristrutturare? Avranno facoltà di agire in deroga alle decisioni dell’algoritmo? Quando persone cominceranno a chiedersi in cosa consista il proprio lavoro, chi sta facendo cosa, dove e perché, l’organizzazione rischia di collassare? Ci sarà ancora un responsabile HR nelle aziende-app dove prevarrà il lavoro a chiamata? E che dire del grande tema dello smartworking? “Da ex responsabile HR, nativo analogico, resto un assertore della presenza. Non quella marcata con il badge, una presenza mentale e relazionale” che è l’anima dell’impresa. Il libro si inoltra poi in riflessioni sistemiche sulla trasformazione digitale e gli impatti sul lavoro, sulle nuove competenze, sulla governance, sulla formazione oggi più che mai leva strategica per restare in pista, “una formazione che consenta alle persone di mettersi alla prova davanti ad attività e situazioni impreviste, non affrontate nella routine di ruolo; che consenta di sperimentare la propria percezione di auto efficacia nelle sfide poste dalla complessità, dall’ambiguità e dall’incertezza e, al tempo stesso, che istilli nei collaboratori la convinzione sulla necessità del proprio contributo umano all’efficacia del processi, un contributo che vada oltre l’ottimizzazione delle macchine”.

Le conclusioni  lasciano spazio a una disquisizione squisitamente filosofica. “Davanti all’affermarsi nell’economia, nella società, come anche negli algoritmi dell’IA, di un linguaggio e un pensiero unico, meramente calcolante, dov’è l’essere?Domanda che si è posta Martin Heidegger nel lontano 1959. Ad essere inquietante, non è tanto la possibilità che il mondo sia dominato dalla tecnica, quanto il fatto che noi non siamo ancora capaci di raggiungere, con un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta emergendo nella nostra epoca che ci spinge a riconsiderare tutto ciò che, in quanto alternativo al dominio degli algoritmi, valorizza la singolarità umana: il sentire vitale che possiamo definire il bios, l’esperire, il provare, l’errare, l’immaginare, il trascendere, la spinta ad andare oltre, dunque l’essere. È per questo che la “Macchina-uomo”, intelligente e affettiva oltre ogni possibile upgrading, porterà con sé il limite di non poter nascere, né morire, come sostiene il filosofo Aldo Masullo. Di non ammettere perciò l’imperfezione. Di epurare il sentire vitale, la motivazione, il desiderio, il sogno: inciampi per la macchina, linfa vitale per l’umano”.

Disquisizioni viscerali e affascinanti quelle disseminate nel libro, forse discutibili, ma proprio per questo di valore perché lasciano spazio a quelle virtù inestimabili, oggi a rischio, che sono il dubbio e il confronto dialettico: scintille generatrici di un pensiero critico senza il quale l’essere perde il suo quid di umano.

di Raul Alvarez partner Inalto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *