Fiorucci: la parabola dell’alimentare italiano

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L’Italia rischia di perdere un altro marchio storico: Fiorucci. Oltre 220 dipendenti sono stati messi a casa, tra le sedi di Parma e Santa Palomba. Una azienda che è cresciuta con i suoi lavoratori che hanno una età media oltre i 50 anni che difficilmente troveranno una ricollocazione. I sindacati hanno proclamato lo stato di agitazione a seguito dei licenziamenti decisi dall’azienda alimentare specializzata nei salumi, per le drammatiche difficoltà finanziarie, confermate dal comunicato emesso dal gruppo. Da qui il piano di ristrutturazione che prevede un taglio delle produzioni e un’esternalizzazione di alcuni processi.
Il sistema agroalimentare italiano continua a risentire dell’instabilità del contesto macroeconomico segnando livelli di rischiosità sopra la media italiana. Gli scenari delineati dallo studio realizzato da Crif Ratings sugli andamenti 2021 e 2022 sono tuttavia differenti per i due comparti: a soffrire maggiormente sono le imprese del settore alimentare, con tassi di default intorno al 4%, mentre reggono meglio quelle agricole che attestano i medesimi tassi intorno al 2%.
L’azienda Cesare Fiorucci Spa ha una crisi finanziaria e non di mercato che parte da lontano. Tutto parte dalla cessione alla multinazionale messicana Sigma Alimentos poi ceduta tramite la holding Campofrio Food Group, per le attività in Italia e Germania alla Fiorucci Holding, la società finanziaria controllata dal gruppo tedesco Navigator Group e dall’irlandese White Park Capital. Un giro vorticoso dominato dalla finanza che non ha portato bene alla’azienda alimentare fondata a Norcia nel 1850 e specializzata nella produzione di salumi che è adesso in difficoltà e sono più di 400 posti di lavoro nella solo fabbrica di Pomezia a rischio. A rischio è anche la stessa sopravvivenza dello stabilimento alle porte di Roma, l’allarme lanciato dai sindacati. Le conseguenze sull’indotto sarebbe altrettanto devastanti.

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