Aprile 24

Il Cinema: sviluppo, occupazione e scuola di nuovi manager

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L’attività dell’industria cinematografica si esprime in una produzione che integra nella sfera dei lungometraggi per le sale una serie infinita di altre opere, con un’offerta di prodotto e di modalità di consumo tanto articolata da renderne difficile anche l’approccio puramente statistico. In generale, comunque, valutare l’attività d’impresa nel settore audiovisivo, ed in particolare nel comparto cinematografico, non è agevole.
Con questo speciale vogliamo andare oltre i risultati al box office e dentro una industria che offre tantio lavoro e che sta facendo nascere nuove imprese e nuovi manager.
La nostra inch8iesta si basa sugli studi recenti che stimano i livelli di produzione e le dimensioni dei risultati economici delle società, in un settore di estrema volatilità,
di stagione in stagione, che non rende punti di riferimento significativi solo i dati di fatturato e spettatori per delineare l’assetto dell’apparato imprenditoriale.
In termini dimensionali nel 2020, il Sistema Integrato delle Comunicazione come definito dall’Autorità delle garanzie nella comunicazione, ha registrato un valore pari a 17,5 miliardi di euro (l’1,01% del PIL): tra le aree economiche che costituiscono l’aggregato del sistema delle comunicazioni, quella dei servizi di media audiovisivi e radio ha confermato il proprio primato per incidenza sul totale, con un peso pari al 50,6% delle risorse economiche. Il valore del settore cinematografico, considerando l’insieme degli introiti derivanti da box office, home video (vendita, edicola e noleggio), pubblicità e provvidenze pubbliche, è pari a 786 milioni di euro, con una incidenza sul totale del 4,5%, in flessione rispetto all’anno precedente (nel 2019, con 891 milioni, l’incidenza era del 5%).
Stimata a livello del budget complessivo, l’audiovisivo nazionale (esclusi i prodotti di flusso dei generi news e sport), ha raggiunto nel corso del 2020 un valore prossimo a 1 miliardo di euro (fonte APA).
Molto attivo anche il mercato delle M&A (le fusioni e le acquisizioni), tanto da vantare negli ultimi quattro anni 151 operazioni che hanno coinvolto imprese legate al mondo entertainment e hanno visto entrare nel capitale fondi di investimento.
L’Italia poi è una piazza estremamente attrattiva, grazie alla presenza di aziende con buona redditività, e il tax credit (o credito d’imposta, che sancisce la possibilità di compensare debiti fiscali con il credito maturato a seguito di un investimento nel settore cinematografico) si conferma un volano per lo sviluppo di partnership e il richiamo di investimenti esteri.
Misurata per macro-aree di genere editoriale, la produzione audiovisiva nazionale mostra un primato della fiction (film-TV, serie, mini-serie, sitcom, soap-opera, telefilm) per valore della produzione.
Complessivamente, la fiction TV vale circa il 38% del totale mercato del prodotto audiovisivo, collocandosi attorno a un valore di produzione compreso fra 360 e 380 milioni.
Gli altri generi televisivi e Internet/OTT (animazione, programmi di intrattenimento, talk show, documentari, programmi culturali e di approfondimento etc.) si collocano complessivamente attorno a un valore compreso fra 310 e 340 milioni di euro.
Nell’ambito del macro-settore dello spettacolo il cinema rappresenta il comparto principe: il suo gruppo professionale costituisce il 29,02% del totale (Rapporto cinema, 2019) che, nell’ambito dello spettacolo propriamente detto (comprensivo anche di musica, teatro e radiotelevisione) corrisponde a quasi la metà della forza lavoro complessiva. Questo dato conferma la tesi secondo la quale la produzione filmica sarebbe il principale incubatore e attrattore delle risorse professionali di artisti e tecnici. Infine, la forza lavoro del settore audiovisivo è caratterizzata da una maggiore presenza di donne rispetto alla media nazionale (39% vs 36% del totale occupati) e di under 50 (77% vs 73%). Quest’ultima evidenza, in particolare, è più marcata nel settore della produzione cinematografica, dove un quarto degli occupati ha meno di 30 anni (Centro studi Confindustria, 2019). In Italia le società di produzione operano, di frequente, in più settori, hanno un ampio spettro di specializzazione ed utilizzano tecnologie all’avanguardia. La produzione si è scomposta in decine di formati video che arrivano al pubblico attraverso un’infinità di canali di circolazione e diffusione.

Al centro dell’attività è rimasto il nocciolo delle case dedicate storicamente alla realizzazione dei lungometraggi per la sala, ma il profilo del comparto si è notevolmente diversificato.
Malgrado la variabilità delle quote di mercato, sono le Major statunitensi i principali operatori di mercato, seguite da altri distributori nazionali non indipendenti, 01 e Medusa, e poi, ancora oltre, dagli indipendenti16. In particolare, la quota aggregata delle Major statunitensi è sempre stata superiore al 50% del mercato.
Secondo i dati pubblicati da ANICA, la produzione di lungometraggi cinematografici in Italia continua a salire di anno in anno: nel 2017 hanno ottenuto il nulla osta per la visione in pubblico 235 titoli, un nuovo record dopo quelli già segnati negli anni precedenti, con una crescita del 5% rispetto ai 223 titoli del 2016 (+ 27% rispetto ai 185 nel 2015). 166, il 70% sono film “di iniziativa italiana”, ossia film prodotti al 100% con capitali italiani o in co-produzione paritaria/maggioritaria. La spesa degli spettatori per l’acquisto di biglietti ed abbonamenti ammonta a 619 milioni di euro, con una diminuzione rispetto all’anno precedente del 10,88%. La spesa del pubblico (guardaroba, bar e ristorazione) e prestazioni accessorie (come la prenotazione dei biglietti) con un valore di quasi 114 milioni di euro, con un trend in lieve decremento (-1,54% ultimo anno rilevato), indica che, una volta effettuato l’accesso alla sala cinematografica, il budget per le spese accessorie è rimasto sostanzialmente invariato.
Dopo lo sfruttamento nelle sale cinematografiche, il prodotto è distribuito nel canale dell’home video. Il periodo intercorrente tra lo sfruttamento nei cinema e nell’home video è di norma di 3-4 mesi dalla prima uscita del film. L’home video nel 2017 ha generato il valore complessivo di 340 milioni di euro, in calo del 10,8% rispetto al 2016 (Univideo, 2018).
In genere, trascorsi 6-9 mesi (in alcuni casi, anche solo 3-4) dalla prima uscita nelle sale, i film sono trasmessi nell’ambito di offerte televisive a pagamento (su qualsiasi piattaforma) in modalità pay-per-view e, nell’ambito di offerte su piattaforme Internet, in modalità a richiesta T-VOD (Transactional Video on Demand basato su singole transazioni e non su formule di abbonamento)53. Tale modalità di sfruttamento del prodotto ha una durata di tempo limitata, solitamente pari a tre mesi.

Al di fuori della filiera cinematografica in senso stretto, la combinazione tra la digitalizzazione delle risorse e dei mezzi e la distribuzione multimediale e multicanale dei prodotti/servizi agli utenti riconfigurano l’industria dell’audiovisivo presentando opportunità di mercato nuove e definiscono ruoli e competenze fino a ieri non contemplati e che vedono anche in una nuova capacità manageriale un asset su cui lavorare e prosperare.

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