IA nel Terzo Settore e professioni giuridiche: etica e governance
La sfida posta dall’Intelligenza Artificiale non riguarda esclusivamente l’innovazione tecnologica, ma investe il modello stesso di società che si intende costruire. Nel Terzo Settore, come nelle professioni giuridiche e sanitarie, il vero discrimine non sarà la capacità di adottare rapidamente nuovi strumenti, bensì quella di governarli secondo principi di etica, responsabilità e tutela della persona.
L’IA può certamente rappresentare un acceleratore del bene comune, ma soltanto a condizione che il progresso tecnologico rimanga subordinato alla centralità dell’essere umano. Ogni processo di innovazione che perda di vista la dignità della persona rischia, infatti, di trasformarsi da opportunità di emancipazione in fattore di esclusione e disumanizzazione.
La vera sfida contemporanea consiste, dunque, nel coniugare innovazione e umanesimo, efficienza e solidarietà, progresso tecnologico e giustizia sociale. Solo in tale equilibrio sarà possibile costruire un modello di sviluppo realmente sostenibile, inclusivo e coerente con i valori fondamentali dello Stato di diritto e della società civile.
1. L’Intelligenza Artificiale come Acceleratore del Bene Comune – L’avvento dell’Intelligenza Artificiale rappresenta una delle più profonde trasformazioni sistemiche dell’età contemporanea. Non si tratta soltanto di una rivoluzione tecnologica, bensì di un mutamento culturale, economico e sociale destinato a incidere sui modelli organizzativi, sulle professioni e, più in generale, sulle dinamiche della convivenza civile. In tale prospettiva, il Terzo Settore — storicamente orientato alla promozione del bene comune, alla tutela delle fragilità e alla costruzione di coesione sociale — è chiamato a confrontarsi con una sfida cruciale: governare l’innovazione senza smarrire la centralità della persona.
L’Intelligenza Artificiale, se utilizzata secondo criteri di responsabilità, proporzionalità e trasparenza, può costituire uno straordinario fattore qualificante per l’azione degli enti del Terzo Settore, consentendo di accrescere l’impatto sociale, perfezionare l’efficienza organizzativa e facilitare processi decisionali maggiormente informati.
Ma ogni innovazione richiede un presidio etico e giuridico capace di orientarne l’impiego verso finalità autenticamente inclusive.
Come evidenziato nell’introduzione che ho scritto al volume edito dalla Maggioli Intelligenza artificiale e responsabilità dei professionisti. Etica, diligenza e algoritmi, l’integrazione dell’IA nelle dinamiche professionali e sociali deve fondarsi su un equilibrio inscindibile tra etica, competenza e responsabilità.
Si tratta di un paradigma che rifiuta la retorica della mera efficienza algoritmica e impone, invece, una valutazione delle scelte tecnologiche alla luce di principi fondamentali quali dignità, libertà, autodeterminazione e tutela della persona umana, in coerenza con i valori costituzionali e con il quadro europeo delineato dall’AI Act.
In questa prospettiva, l’Intelligenza Artificiale non può essere considerata un sostituto dell’intelligenza umana, ma uno strumento di supporto affidato a “mani sapienti, prudenti ed esperte”, capaci di orientarne l’utilizzo verso l’equità sociale e il superamento delle disuguaglianze.
Il progresso tecnologico, infatti, conserva legittimazione etica soltanto quando rimane funzionale allo sviluppo integrale della persona e alla protezione dei diritti fondamentali.
2. L’impatto dell’IA sul lavoro e sui modelli organizzativi – Le organizzazioni, pubbliche e private, sono chiamate ad assumere una responsabilità nuova: reinvestire parte dei margini derivanti dall’automazione in percorsi di formazione continua, upskilling e reskilling, al fine di evitare fenomeni di marginalizzazione professionale e di esclusione digitale. Le risorse che si liberano vanno bene utilizzate per il bene comune, che è la crescita complessiva delle persone conivolte.
In assenza di tali politiche redistributive, il rischio è quello di accentuare le diseguaglianze tra lavoratori ad alta qualificazione tecnologica e soggetti maggiormente esposti ai processi di sostituzione algoritmica. Nel Terzo Settore tale responsabilità assume una valenza ancora più significativa, in quanto appare evidente che gli enti che operano nel sociale non possono limitarsi ad adottare tecnologie avanzate per ragioni di efficienza amministrativa, ma hanno un obbligo stringente di interrogarsi sull’impatto umano e relazionale delle propria scelte organizzative.
L’IA deve supportare — e mai sostituire — la leadership umana, l’empatia e la dimensione relazionale che costituiscono il fondamento delle professioni di cura, assistenza e accompagnamento sociale. In tale contesto, il 2026 si prospetta come un anno di consolidamento di nuovi paradigmi organizzativi fondati sull’interazione tra Intelligenza Artificiale, sostenibilità e trasparenza. L’adozione delle tecnologie intelligenti sarà sempre più valutata non soltanto in termini di performance, ma anche sulla base della capacità delle organizzazioni di garantire accountability, inclusione, tutela dei dati, benessere lavorativo e crescita compessiva.
3. L’Intelligenza Artificiale e la progettazione – Uno degli ambiti in cui l’IA sta producendo i suoi effetti di innovazione e rivoluzione è anche quello della progettazione sociale e, quindi, quello dell’universo dei bandi di finanziamento nazionali ed europei.
L’impiego di sistemi generativi nella redazione progettuale introduce un delicato dualismo tra incremento dell’efficienza e rischio di disumanizzazione dei processi decisionali. L’utilizzo consapevole dell’IA può consentire il superamento delle barriere linguistiche nei contesti internazionali oltre che favorire una maggiore democratizzazione dell’accesso ai finanziamenti, per cui la qualità formale della proposta progettuale diviene così meno dipendente dalla capacità di sostenere elevati costi di consulenza specialistica avantaggio anche di organizzazioni più piccole ed i sistemi intelligenti consentono di migliorare la coerenza interna dei progetti, individuando incongruenze tra obiettivi, indicatori e risultati attesi, uniformando lo stile redazionale e accelerando l’analisi documentale.
Ma esiste un rilevante rischio: la progressiva standardizzazione delle proposte progettuali, che si manifesta nell’uso diffuso dei medesimi strumenti generativi con possibile omologazione del linguaggio e degli stili, con la conseguente difficoltà di distinguere l’autenticità progettuale da elaborati formalmente ineccepibili, ma sprovvisti di reale innovazione creativa sul piano di proposta per il bene collettivo. A ciò si aggiunge una possibile disconnessione tra un elaborato generato con il supporto dell’IA che potrebbe proiettare la proponente in una dimensione che non le è propria, minando l’effettiva sostenibilità organizzativa dell’intervento, con il rischio di consentire l’accesso al finanziamento di progettualità incapaci di tradursi in impatto concreto
Esiste in questo settore come in ogni altro il rischio che si possa acuire il divario tra chi padroneggia gli strumenti algoritmici e chi ne subisce passivamente l’evoluzione. Parallelamente, l’eventuale utilizzo dell’IA nei processi di valutazione dei progetti apre questioni delicate, quali il rischio di conformismo algoritmico, perpetuazione di bias presenti nei dati di addestramento, opacità decisionale e possibili violazioni della riservatezza dei dati trattati.
Ne deriva quello che è stato definito un evidente paradosso burocratico: la semplificazione della produzione documentale potrebbe non ridurre il carico amministrativo complessivo, ma semplicemente trasferirlo sulla fase valutativa, aumentando il numero delle candidature e diminuendo, conseguentemente, i tassi di successo.
4. La fiducia e la relazione – È necessario ripensare i modelli di finanziamento e di governance sociale valorizzando gli elementi che la tecnologia non è in grado di replicare: relazione, fiducia, esperienza a contatto con il territorio/bacino di intervento e giudizio umano.
In tale prospettiva vincenti sono i modelli di trust-based philanthropy, fondati su rapporti fiduciari stabili tra finanziatori e organizzazioni beneficiarie, con erogazioni flessibili e pluriennali non rigidamente ancorate al singolo progetto: si tratta di modelli, in cui il valore dell’organizzazione prevale sulla mera performance documentale ed i risultati tangibili e misurabili in concreto sono prioritari. Analoga rilevanza riveste la co-progettazione partecipata, che sposta il focus dal prodotto finale al processo condiviso di costruzione strategica, valorizzando il dialogo tra enti pubblici, Terzo Settore e comunità territoriali. E’ sempre l’unione che fa la forza e le organizzazioni che riescono a collaborare, strutturando progetti di partenariato risultano vincenti, perché in linea con i tempi ed il ritmo nuovo imposto dalla società che corre, consuma, incalza.
L’Intelligenza Artificiale non rappresenta semplicemente una questione tecnologica, ma il sintomo di una tensione più profonda tra logiche burocratiche e dimensione umana dell’azione sociale. Proprio per questo essa impone di riaffermare il valore insostituibile del giudizio critico, della responsabilità professionale e della relazione interpersonale.
5. IA, professioni giuridiche e centralità della responsabilità umana – Anche nel settore giuridico l’adozione dell’IA pone questioni di straordinaria rilevanza. Magistrati e avvocati condividono l’esigenza di confrontarsi con strumenti tecnologici sempre più sofisticati, ma all’interno di cornici normative e deontologiche differenti.
Per la magistratura, il principio fondamentale rimane quello della riserva della decisione umana. La funzione giurisdizionale, per sua natura, non può essere delegata all’algoritmo. L’IA può svolgere esclusivamente una funzione strumentale e di supporto rispetto ad attività organizzative o seriali, mentre l’interpretazione della legge, la valutazione delle prove e l’adozione del provvedimento restano integralmente affidate al giudice.
Ne deriva una responsabilità diretta e non delegabile del magistrato rispetto agli output generati dai sistemi intelligenti. L’utilizzo acritico dell’IA, in assenza di adeguata verifica, può assumere rilevanza disciplinare, soprattutto laddove comprometta l’autonomia del processo decisionale o conduca a motivazioni meramente apparenti. Per l’avvocato, invece, il limite è prevalentemente deontologico e professionale. L’utilizzo dell’IA deve confrontarsi con i doveri di diligenza, competenza, lealtà e riservatezza, oltre che con i rischi derivanti dall’inaffidabilità dei sistemi generativi, incluse le note “allucinazioni” algoritmiche che possono produrre riferimenti normativi o giurisprudenziali inesistenti. Certo si pone oggi anche il profilo di una possibile responsabilità per il mancato uso di strumenti di i.a. che avrebbero sconsigliato una strategia processuale (ad esempio in quanto “bocciata” al livello di interpretazione giurisprudenziale) o indicato un diverso percorso argomentativo sulla base di casi precedenti non analizzati in modo adeguato o addirittura ignorati.
Particolarmente sensibile è inoltre il tema della tutela dei dati personali e sensibili, soprattutto nell’ambito sanitario e giudiziario, ove il trattamento automatizzato di informazioni delicate richiede livelli elevatissimi di sicurezza, trasparenza e controllo umano. In entrambe le professioni emerge, in definitiva, un principio comune e non derogabile: l’Intelligenza Artificiale deve rimanere uno strumento ausiliario e mai sostitutivo della “scienza e coscienza” del professionista. La responsabilità dell’atto finale, tanto nella funzione giurisdizionale quanto nell’esercizio della difesa tecnica, resta integralmente umana.
6. Conclusioni – L’Intelligenza Artificiale sta ridefinendo non soltanto gli strumenti dell’agire umano, ma le stesse categorie attraverso cui interpretiamo il lavoro, la responsabilità, la relazione e il potere decisionale.
La vera questione non consiste nello stabilire se l’IA debba essere utilizzata, poiché il processo di integrazione tecnologica appare ormai irreversibile: il fulcro dell’attenzione inerisce alle modalità attraverso cui essa verrà governata, i limiti etici che le verranno imposti e il modello antropologico che le società democratiche intendono preservare. Il rischio è rappresentato dall’adozione di una cultura organizzativa che riduca la persona a dato, la relazione a procedura e il giudizio umano a mera validazione formale di processi automatizzati.
Come osserva Gustavo Zagrebelsky, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, esiste una linea nell’evoluzione del rapporto tra innovazione ed essere umano per cui l’intelligenza artificiale è un elemento positivo finché è al servizio dell’umanità. Ma una progressiva delega all’algoritmo di funzioni cognitive, valutative e decisionali potrebbe determinare una trasformazione silenziosa dei sistemi sociali, giuridici e assistenziali, producendo nuove forme di esclusione, diseguaglianza e deresponsabilizzazione. In ambito sociale e sanitario, tale rischio assume una rilevanza ancora maggiore.
Le professioni della cura, dell’assistenza e della tutela dei diritti non possono essere ricondotte a modelli esclusivamente efficientistici, poiché esse si fondano su elementi irriducibilmente umani: empatia, ascolto, prudenza, discernimento, capacità di comprendere la fragilità e il contesto esistenziale della persona. Nessun sistema algoritmico, per quanto sofisticato, può sostituire efficacemente tali dimensioni.
La tecnologia non può mai essere sostituto dell’essere umano, ma strumento finalizzato a rafforzarne capacità, tutele e opportunità. Ciò implica la costruzione di modelli di governance fondati su trasparenza, accountability, controllo umano significativo (meaningful human oversight), protezione dei dati e valutazione preventiva dell’impatto etico e sociale degli algoritmi. Parallelamente, emerge la necessità di una nuova responsabilità sociale delle organizzazioni.
I benefici economici e produttivi derivanti dall’automazione non possono essere concentrati esclusivamente in termini di efficienza finanziaria, ma devono tradursi in investimenti sulla persona: formazione continua, alfabetizzazione digitale, tutela occupazionale, benessere organizzativo e riduzione delle diseguaglianze tecnologiche. In assenza di tale riequilibrio, l’innovazione rischia di accentuare fenomeni di marginalizzazione già esistenti. Anche il diritto è chiamato a una trasformazione profonda. Le categorie tradizionali della responsabilità, della colpa professionale, della trasparenza amministrativa e della tutela dei diritti fondamentali devono confrontarsi con sistemi opachi, dinamici e potenzialmente autonomi.
Il legislatore europeo, attraverso l’AI Act, ha compiuto un primo passo verso una regolazione antropocentrica dell’innovazione; tuttavia, la vera efficacia delle norme dipenderà dalla capacità delle istituzioni, delle professioni e delle organizzazioni sociali di sviluppare una cultura della responsabilità tecnologica. In tale contesto, il Terzo Settore può e deve assumere un ruolo propulsivo. Non soltanto come utilizzatore di strumenti innovativi, ma come laboratorio etico e sociale capace di orientare il progresso verso finalità solidaristiche. Gli enti impegnati nella tutela delle fragilità, nella cooperazione e nella promozione dei diritti possiedono, infatti, un patrimonio esperienziale indispensabile per evitare che l’innovazione venga governata esclusivamente secondo logiche di mercato o di mera produttività.
La prima enciclica di Papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’ muove dalla consapevolezza, infatti, che “la sfida non è tecnologica ma antropologica”, perché l’intelligenza artificiale può arrivare a toccare ogni ambito dell’umano, dalla fede alla ragione, dalla formazione alla informazione, dalla scienza alla coscienza e per questo il santo Padre ha istituito una nuova Commissione interdicasteriale sul tema della intelligenza artificiale. La sfida con cui occorre misurarsi è quella di costruire un umanesimo tecnologico capace di coniugare innovazione e giustizia sociale, efficienza e solidarietà, sviluppo digitale e tutela dei diritti fondamentali. In questa prospettiva, l’Intelligenza Artificiale potrà realmente diventare un acceleratore del bene comune soltanto se rimarrà saldamente subordinata alla responsabilità umana, alla cultura del limite e alla centralità inviolabile della persona.
Avv. Francesca Toppetti Partner Head Department Health Law & A.I.
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