Rothko: il sentire umano dello spazio pittorico
Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903 -1970), indiscusso maestro dell’arte moderna americana. A cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, Rothko a Firenze rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze. L’architettura del palazzo e la città stessa sono lo scenario ideale per esplorare come Rothko traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita, attraverso il colore, ad una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela. Il percorso espositivo a Palazzo Strozzi permette di ripercorrere l’intera carriera di Rothko con oltre 70 opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA) e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.

Gettando un primo sguardo sulle opere radunate nel primo ambiente di Palazzo Strozzi si percepisce già come il percorso della mostra Rothko a Firenze sia sostanzialmente cronologico. Prende il via con l’Autoritratto di Rothko e con alcuni lavori datati tra il 1936 e il 1946 (tutte opere che strizzano l’occhio al Surrealismo, con suggestioni dall’Antichità e addirittura dalla Metafisica di De Chirico, come giustamente accenna una delle curatrici, Elena Genua, mentre Christopher Rothko, figlio dell’artista e co-curatore, nel suo contributo a catalogo, rintraccia in questi primi dipinti le “stratificazioni archeologiche applicate al colore”) i cui riferimenti alle modanature degli edifici e alla visione giustapposta di luci ed ombre sono tutti fattori da cui deriva una concezione della composizione pittorica strettamente legata all’architettura, al senso dello spazio e ai volumi (si vedano Interior o Untitled [Cityscape], entrambi del 1936), un’idea che rimarrà ben salda anche nelle opere astratte. Tra la prima e la seconda sala comincia a far capolino lo stile per cui Rothko è conosciuto, ci si lascia, quindi, alle spalle la sequenza dei lavori sperimentali, dai quali trapela una certa irrequietudine tipica di chi sta cercando la sua strada: le figure prima realistiche iniziano a sciogliersi in forme organiche, per poi disperdersi in macchie di colore stagliate su fondi a fasce orizzontali, un preludio a qualcosa di nuovo. Imboccando la via dell’avanguardia, percorrendola a fianco degli altri esponenti della Scuola di New York (Jackson Pollock, Willem de Kooning, Barnett Newman), la serie Multiforms di Rothko si rivela pienamente astratta: in queste opere le campiture di colori irregolari presentano già quei bordi indefiniti e quelle sovrapposizioni di velature caratteristiche dello stile maturo. Con l’opera No. 3/No.13 del 1949, non a caso scelta dai curatori come ‘immagine copertina’ del catalogo, può definirsi compiuta l’invenzione dei color field paintings, tele opache e di grandi dimensioni poste ad altezza d’uomo, attraverso cui l’autore desidera eliminare la distanza tra opera e spettatore, facendo sì che il proprio sentire pittorico/spaziale venga lasciato alla libertà introspettiva di chi guarda: un nuovo modo di vivere l’opera d’arte, non solo come osservatore esterno, ma sentendosi parte dello spazio dipinto per una nuova connessione umana. Tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta l’intensità cromatica dei dipinti si incupisce con i neri, i blu scurissimi, i rossi granata che ricordano anche gli affreschi pompeiani, visti dal pittore nel 1958; nello stesso anno accetta la commissione di un ciclo di dipinti per il famoso ristorante newyorkese Four Seasons all’interno del Seagram Building: Rothko abbandonerà in seguito il progetto, credendo che la sua cifra stilistica, ma, soprattutto, il proprio sentire pittorico non fossero adatti a tale ambienti sfarzosi; le tele saranno poi donate alla Tate di Londra, con l’impegno che vengano esposte insieme in una sala separata.
È inoltre il periodo in cui Rothko si impegna nella realizzazione della sua impresa più impegnativa e più carica di significato, la celebre cappella di Houston: dal 1964 al 1967, infatti, l’artista lavora a un ciclo di dipinti commissionati dai collezionisti e mecenati Dominique e John de Menil, la cappella, ora aconfessionale, ospita quattordici tele, corrispondenti alle stazioni della Via Crucis. Nello stesso decennio comincia a lavorare anche su carta, con un’ultima predilezione per la tela in occasione del progetto destinato alla sala dedicata ad Alberto Giacometti per la sede dell’Unesco a Parigi: in mostra sono esposte tre grandi tele del 1969 impostate su un doppio registro, l’inferiore grigio e il superiore nero. A prescindere dalle tonalità cupe di queste opere, Rothko, affaticato e debilitato dalla malattia, motivo per cui i medici gli consigliarono di smettere di dipingere, disattese l’ordine.

Otto di questi ultimi lavori compaiono come un’epifania nella sala finale: il percorso espositivo si tinge, così, di pennellate color lavanda, rosa cipria, terra chiara, grigio argenteo, un testamento spirituale del grande artista che con i colori pastello riprende puntualmente le tonalità di Beato Angelico, le cui tavole sono state ospitate negli stessi spazi di Palazzo Strozzi fino a pochi mesi fa. Un riferimento preciso alle esperienze cruciali della vita del pittore lettone, ma newyorkese d’adozione, da Palazzo Strozzi, infatti, il progetto si estende, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista. Il primo incontro con Firenze risale al 1950, durante un viaggio in Italia insieme alla moglie Mell, e in cui rimane particolarmente affascinato dalla pittura di Beato Angelico al Museo di San Marco (in occasione della mostra, ha riaperto l’intero percorso museale e la Sala del Beato Angelico riallestita). Cinque opere di Rothko esposte in altrettante celle affrescate dall’Angelico, cinque tele selezionate che non recano riferimenti espliciti alle creazioni di fra’ Giovanni da Fiesole, ma che, tuttavia, risuonano delle stesse tonalità, delle medesime porzioni di colore e soprattutto della stessa tensione verso una sentita spiritualità.
Il secondo luogo fiorentino dell’anima è il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana: quest’ambiente unico, sarà fonte di ispirazione per la serie dei Seagram Murals, di cui sono esposte due opere in dialogo con lo spazio progettato da Michelangelo. Rothko si suicida nel suo studio a New York nel 1970, lasciando un’eredità pittorico-spirituale, a mio modesto parere, non ancora pienamente compresa e recepita dai nostri tempi..
