Rivoluzione digitale: quale vantaggio per le donne nel mercato del lavoro?

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Con la prima Rivoluzione industriale, grazie alla velocità e alla destrezza delle loro mani, le donne hanno visto crescere le opportunità d’impiego in molti rami dell’industria che andava meccanizzandosi; ugualmente, contribuendo a creare posti di lavoro puliti e poco faticosi all’interno degli uffici, l’informatizzazione ha reso più abbordabile per le donne il lavoro. Eppure, né nel primo caso, né nel secondo, l’aumento quantitativo delle opportunità ha contribuito, se non in modo minimo, ad annullare le differenze che persistono tra l’occupazione femminile e quella maschile; in nessuno dei due casi le donne hanno visto rimessa in discussione la loro prioritaria assegnazione ai compiti domestici e di cura. Ciò accade perché la divisione sessuale del lavoro non evolve con lo stesso passo dell’innovazione tecnologica, ma è sottomessa a una pesantezza storica che non consente altro che lo spostamento della frontiera tra ciò che è considerato prerogativa maschile e
femminile, senza mai rimettere completamente in discussione un meccanismo di allocazione delle opportunità e dei rischi fondata più sul genere che su altri fattori quali aspirazioni, competenze e talenti.

Il Centro Studi sul Management ed il Lavoro ha voluto indagare quali effetti stia avendo sul lavoro delle donne il processo di smaterializzazione dell’economia, digitalizzazione dei processi e l’uso dell’intelligenza artificiale. In particolare,
se la diffusione del lavoro agile, o comunque da remoto, contribuisca o meno a ridurre le asimmetrie che ancora persistono tra le due componenti di genere.

Quando si parla di discriminazione non si tratta soltanto di evidenziare la persistenza al governo delle aziende di network maschili che condizionano pesantemente le strategie di reclutamento, ma anche di sottolineare la “normalità” con cui, nelle pratiche quotidiane sui luoghi di lavoro, le donne vengono penalizzate in quanto tali.
La digitalizzazione del lavoro evidenzia anche la presenza di comportamenti fortemente discriminatori nei confronti delle donne: questi vanno dall’impossibilità a utilizzare connessioni in ambienti familiari, dove già altri componenti della famiglia sono al lavoro in smart working; alla esclusione dagli ambiti dove vengono prese decisioni strategiche per le imprese per le lavoratrici; alle pressioni per accorciare i congedi di maternità o di annullarli per le attività di smart working che presuppongono una connessione continua al lavoro; dall’essere destinate a mansioni meno qualificate dei colleghi maschi, pur a parità di competenze; all’accusa generalizzata di essere poco tecnologiche. Poco serve, dunque, che le competenze richieste da certi settori produttivi siano ormai alla portata delle donne – perché le hanno acquisite attraverso percorsi formativi o perché ciò che viene messo a valore sono capacità considerate semplicisticamente come “tipicamente femminili” – se i contesti organizzativi nei quali il processo produttivo “smaterializzato” si realizza restano dominati da un ethos professionale maschile.

Se le donne continueranno a essere discriminate sia in modo diretto che indiretto, rendendo più complessa la conciliazione tra vita lavorativa e quei compiti familiari che restano ancora largamente a loro carico, in conseguenza di processi di smaterializzazione del lavoro (per i ruoli che lo consentono) nessuna innovazione digitale del lavoro o processo di modernizzazione che passi tramite la tecnologia risolverà il problema della completa parità.
La maggiore flessibilità nel lavoro, dovuto alle tecnologie digitali, può ridurre il fenomeno delle opting out, vale a dire le donne che abbandonano il mondo del lavoro sotto la spinta congiunta delle pressioni familiari e delle barriere che sperimentano nei loro percorsi di carriera.
L’importanza quantitativa di questo fenomeno è testimoniata dalla quota sempre più consistente di dimissioni volontarie da parte delle lavoratrici madri. Si tratta di lavoratrici, in alcuni casi molto qualificate, che si trovano a gestire la conciliazione come se si trattasse di una loro personale difficoltà piuttosto che di un problema di divisione e organizzazione sociale del lavoro.

Lo sviluppo di un’economia immateriale può aiutare le donne a trovare quella flessibilità di tempi e di spazi che consente alle donne di accordare meglio la necessità (o il desiderio) di dedicarsi alla famiglia con il bisogno (o l’aspirazione) di avere un ruolo produttivo.
Sul piano quantitativo sono ormai molti gli studi che hanno evidenziato come le piattaforme digitali favoriscano l’accesso al mercato del lavoro proprio di quelle componenti sociali, come le donne, che normalmente ne restano ai margini.
Le ragioni che spingono le donne verso l’economia digitale piuttosto che verso quella tradizionale sono prevalentemente legate alla possibilità di meglio gestire la conciliazione tra esigenze diverse. Tuttavia, al di là del dato quantitativo, l’impatto che il lavoro attraverso le piattaforme digitali può avere sul gender gap è ancora poco chiaro. Già da tempo il fenomeno ha avuto attenzione, uno studio realizzato da JPM nel 2016 ha messo in evidenza come più della metà dei partecipanti alle piattaforme che organizzano il lavoro da remoto le abbandoni dopo dodici mesi e, nella stragrande maggioranza dei casi a lasciare sono proprio le donne.
Per l’Italia, l’Istat rileva come un contributo importante alla nuova imprenditoria provenga proprio dalla componente femminile. In particolare, le neo imprenditrici, tendenzialmente più giovani e più innovativi. Questo dato va tuttavia inserito all’interno di un andamento più generale che vede, a partire dal 2008, un peggioramento del profilo occupazionale delle donne autonome. A ciò va aggiunto che soltanto meno di un quarto delle imprenditrici italiane, contro una media OECD prossima al 40%, manifesti un’attitudine verso il lavoro autonomo; meno della metà di queste dichiara di avere una percezione positiva rispetto al proprio business mentre solo 7 su 100 (sono 21 nella media dei paesi OECD) è convinta che questo avrà un’evoluzione positiva nell’arco dei successivi sei mesi.
Esistono, dunque, elementi fondati per pensare che quella del lavoro autonomo rappresenti per le donne italiane di oggi (così come è avvenuto in passato) più che una scelta vocazionale l’unica occasione, certo resa più facile e più appetibile dalla digitalizzazione, per riuscire a trovare un accordo tra aspirazioni professionali, la difficile penetrazione nel mercato e i carichi familiari che continuano a gravare ancora largamente sulle loro spalle.

I processi di digitalizzazione del lavoro, la spinta alla liquidità, il mutamento della dimensione “fisica” del lavoro, che sta modificando totalmente il volto delle imprese e del modo di lavorare, siamo convinti si stia traducendo in una disponibilità di maggiori e migliori opportunità d’impiego al femminile. Grazie all’organizzazione flessibile e condivisa del lavoro, che sta al centro di questo nuovo modello, vengono rimessi in discussione i princìpi stessi sui quali si è sedimentata la divisione sociale e sessuale, e cioè che ci sarebbero delle occupazioni considerate “da uomo” e altre ritenute “da donna” (che rende evidente la persistenza di fenomeni come la segregazione orizzontale e quella verticale) e che, tendenzialmente il lavoro fatto degli uomini “vale” più del lavoro fatto dalle donne (ne è indicativo il fatto che sulla base dei dati del WEF, a parità di occupazione le donne guadagnano il 43% in meno degli uomini).
L’applicazione dello smart working ha reso sicuramente più adeguata alla necessità di una conciliazione dei tempi casa / famiglia / lavoro, anche se il modello di “lavoro fuori azienda e per delega” stenta ad essere un modello applicabile a tanti lavori al femminile.

Eppure, se i settori economici innovativi continueranno a crescere in modo non proporzionale alla capacità delle lavoratrici di penetrarvi, queste rischieranno sia di veder svanire le opportunità occupazionali attuali sia di rimanere escluse da quelle migliori che si creeranno in futuro e legati ai settori nascenti con le opportunità tecnologiche avanzate. In questa prospettiva, permanendo l’attuale divisione sessista del lavoro, l’innovazione tecnologica non solo potrebbe non avvantaggiare le donne, ma potrebbe rischiare di penalizzarle pesantemente.

Antonio Votino direttore responsabile Infoquadri