Sostenibilità: la parola d’ordine nella politica del lavoro
Nei programmi dei partiti che sono in corso di definizione per l’imminente campagna elettorale che ci porterà all’11 aprile 2027, data delle prossime elezioni politiche nazionali c’è spazio per le politiche del lavoro e pensionistiche su cui si affilano già i coltelli.
Primo: rendere sostenibile il sistema pensionistico attraverso una maggiore occupazione e una crescita economica più forte.
Secondo: garantire maggiore adeguatezza alle pensioni future, soprattutto per le generazioni più giovani.
Terzo: introdurre maggiore flessibilità nell’uscita dal lavoro, evitando una successione continua di quote, finestre e regimi temporanei.
Quarto: rafforzare la previdenza complementare senza trasformarla in un sostituto della previdenza pubblica.
A questi quattro elementi deve aggiungersi una quinta questione: la lotta alle disuguaglianze di genere e territoriali.
Il divario di 34% tra i redditi pensionistici medi di uomini e donne dimostra che la previdenza non può essere separata dalle politiche del lavoro. Il dato più importante non è quindi soltanto che il coefficiente di trasformazione sia sceso (rimandiamo a questi due articoli per l’approfondimento lik1 e link2). Il dato più importante è ciò che questo meccanismo racconta di un Paese nel quale la durata della vita aumenta, mentre diminuisce la capacità del sistema di garantire automaticamente un adeguato livello di prestazione. Racconta di carriere lavorative più frammentate. Racconta di salari che non sempre crescono abbastanza. Racconta di una previdenza pubblica sottoposta a una pressione crescente. E racconta, infine, di una responsabilità che rischia di trasferirsi progressivamente dall’intera collettività al singolo individuo.
Il punto non è demonizzare la previdenza complementare. Al contrario, per molti lavoratori sarà probabilmente sempre più importante e stabilire quale debba essere il suo ruolo.
Una società democratica deve decidere se la pensione debba rimanere principalmente un diritto sociale costruito attraverso il lavoro e la solidarietà intergenerazionale, oppure se debba diventare sempre più **un investimento individuale da iniziare il prima possibile.
E questo è il compito della Politica.
La proposta di un fondo previdenziale dalla nascita, recentemente fatta dal presidnete dell’INPS, rende questa domanda ancora più attuale. Cominciare a costruire una posizione previdenziale fin dalla nascita può essere una soluzione intelligente sul piano finanziario. Ma non può diventare l’alibi per non affrontare il problema principale.
Se vogliamo pensioni migliori, dobbiamo prima di tutto costruire un lavoro migliore. Perché la pensione non nasce quando si compiono 67 anni, la pensione si costruisce durante tutta la vita lavorativa. E la vera sfida dell’Italia non è soltanto decidere quando andare in pensione. È fare in modo che, quando arriverà quel momento, il lavoro di una vita abbia ancora un valore previdenziale sufficiente a garantire una vecchiaia dignitosa.

Antonio Votino direttore responsabile Infoquadri
