IA e lavoro: servirebbero regole certe
Ci troviamo in una fase profondamente trasformativa, dal punto di vista tecnologico, sociale e produttivo. L’intelligenza artificiale generativa sta modificando molti aspetti della nostra socialità, del modo di lavorare e produrre.
Sappiamo che, per la prima volta, ci troviamo davanti ad una rivoluzione che non tocca solo i lavori faticosi e ripetitivi, ma interviene anche sul lavoro altamente professionalizzato, la produzione di contenuti, la ricerca, le professioni autonome, per dirne alcuni.
Oggi non abbiamo ancora un dato significativo dell’effetto prodotto dall’IA sull’occupazione.
Tuttalpiù ci possiamo rifare ad alcuni fenomeni dei mercati più avanzati e delle scelte organizzative e produttive di grandi multinazionali del tech.
In UE ed in Italia poi, anche in considerazione del quadro regolatorio in fase di applicazione¹, dei cambiamenti geopolitici e commerciali con gli USA, dei diversi mercati dei 27 Paesi che compongono l’Unione Europea, non si può rilevare un dato maturo e, comunque, non si registra un fenomeno quantitativamente rilevante.
Siamo di fatto in una fase di “start up”, in cui le imprese, da una parte sono intente a capire con quali regole adottare sistemi di IA e di quali prodotti dotarsi, dall’altra sono caute nell’innescare conflittualità con organizzazioni sindacali e lavoratori.
Si può dire che, il combinato di regole in fase di attuazione², sappiamo che Regolamento Europeo: AI ACT, deve essere applicato nel corso dei 36 mesi dall’entrata in vigore – febbraio 2026³, (fermo restando quanto proposto dalla Commissione Europea con il Digital Omnibus, per un allungamento dei termini ed una riduzione di regole), e l’adozione di sistemi di IA idonei, stanno spostano gli effetti occupazionali in avanti.
Crediamo però, come CGIL, che proprio questo sia il momento per definire “protocolli” condivisi tra le parti, avviare la contrattazione collettiva d’anticipo, avere attenzione alle condizioni del lavoro. Il rischio altrimenti è quello di ritrovarsi, tra qualche mese, con un mercato saturo di strumenti non sempre a norma, con una conflittualità diffusa ed un tema occupazionale, professionale e salariale difficilmente gestibili.
Su tutto questo, sull’andamento del mercato del lavoro, pesa, ovviamente, la capacità delle imprese UE ed italiane di produrre sistemi di IA, la capacità, della politica, di sostenere politiche industriali che portino lavoro qualificato nell’area comunitaria.
Inutile, infatti, dire che senza una collocazione in UE del lavoro di qualità, il quadro occupazionale potrebbe essere in perdita, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
Gli studi ci segnalano un processo di trasformazione delle professioni, legato a tre questioni fondamentali:
le attività sostituibili integralmente,
le attività che saranno supportate, modificate dall’uso dell’IA,
le attività nuove, legate direttamente alle nuove tecnologie.
C’è poi tutto il tema legato alla distribuzione della ricchezza e alla produttività, che dovrebbe essere oggetto di contrattazione collettiva, oltre a identificare un sistema fiscale idoneo, perché non sempre, l’uso di IA genererà aumento di professionalità e salario, potrà accadere che lavoratori meno qualificati, grazie all’uso di tecnologie (forse anche inconsapevolmente), potranno svolgere compiti ad alta qualificazione, senza che questo implichi una crescita salariale, anzi si potrebbe realizzare un abbassamento professionale e salariale in quelle aree produttive e contrattuali.
Questo per dire che l’IA aumenta il rischio di spostamento della ricchezza dal lavoro al capitale, in forza del fatto che l’IA è un mezzo della produzione sotto il diretto controllo dell’impresa.
Tutti gli studi ci dicono che le professioni che genereranno un saldo positivo sono le terze, quelle nuove, mentre le prime (quelle sostituibili) saranno in buona parte superate, con un problema legato alla ricollocazione della forza lavoro, per le seconde, molte delle quali sono alte professionalità o lavori qualificati, ci sarà necessità di formazione, welfare, contrattazione per mantenere un equilibrio positivo.
Quest’ultimo è un perimetro molto rilevante per il nostro Paese, perché il suo mercato del lavoro è avanzato.
Il saldo positivo però, come abbiamo anticipato, lo può determinare solo la collocazione nel nostro Paese ed in Europa dei nuovi lavori, quelli direttamente legati alle nuove tecnologie.
Ripercorrendo il ragionamento sull’occupazione e le politiche industriali, appare incomprensibile la scelta della Commissione Europea, quella definire accordi commerciali con gli USA e le Big Tech molto cedevoli, elemento che di fatto “obbliga” l’UE ad adottare una deregolamentazione del quadro giuridico sul trattamento dei dati personali e l’uso dell’IA nell’Unione Europea⁵.
Elemento, quest’ultimo, che non solo mette in dubbio la tutela di cittadini e lavoratori, ma depotenzia la protezione del sistema produttivo europeo, aprendo di fatto all’invasione di prodotti USA, come anche la redistribuzione sfavorevole del lavoro pregiato.
A questo quadro internazionale bisogna sommare quello nazionale.
Non solo dal punto di vista industriale, ma anche da quello regolatorio ed applicativo delle norme.
Infatti, non c’è solo il tema del quadro normativo europeo, sommato a quello nazionale, ma c’è anche il tema dell’attuazione e delle verifiche sull’uso dell’IA nel sistema produttivo italiano e nei luoghi di lavoro ed il ruolo della contrattazione collettiva.
Non è ancora chiaro il funzionamento dell’Autorità Nazionale sull’Intelligenza Artificiale⁶, l’organismo indicato del Regolamento Europeo, ma costituito con una norma nazionale che, tanto per cambiare, è un pasticcio confuso, senza una chiarezza sulla sua efficienza.
Diciamo che siamo nel solco, ormai decennale, della concessione di scarse risorse a tutti quegli organismi amministrativi ed autorità indipendenti che dovrebbero vigilare su attuazione delle norme e diritti di cittadini e lavoratori.
Come non è chiaro, anche nelle linee guida del ministero del lavoro⁷, le modalità di confronto tra le parti in relazione all’introduzioni di strumenti di IA nei luoghi di lavoro. Altrettanto poco chiaro il funzionamento dell’Osservatorio sull’intelligenza artificiale, costituito da poco con decreto del Ministero del Lavoro.
Possiamo dire che in UE, oltre che in Italia, regna una grande confusione è che, in assenza di un quadro regolatorio coerente e di un protocollo, tra le parti, per una coerente contrattazione collettiva, Italia e UE rischiano di essere il “mercato degli USA” e forse, in parte, della Cina, con ripercussioni pesanti dal punto di vista della qualità occupazionale e dello sviluppo del vecchio continente.
NOTE
1. L’AI Act è entrato in vigore il 1° agosto 2024 (Commissione Europea)
2. Fasi di attuazione previste: 2 febbraio 2025 (primi divieti e alfabetizzazione), 2 agosto 2025 (governance, obblighi per GPAI), 2 agosto 2026 (piena applicazione), 2 agosto 2027 (obblighi per sistemi ad alto rischio incorporati in prodotti regolamentati)
3. La timeline applicativa complessiva è confermata anche dalle analisi di Agenda Digitale ed EconomyUp sulla gradualità del regolamento
5. Analisi dei rapporti UE-USA e dei rischi per la governance dei dati nelle fonti di approfondimento pubblico (Agenda Digitale / Altalex)
6. L’AI Act attribuisce un ruolo alle autorità nazionali competenti (coordinate dall’AI Office europeo), attualmente in fase di definizione nei Paesi membri
7. Le linee guida nazionali e l’Osservatorio AI sono strumenti previsti dal quadro di governance del regolamento, ancora in fase di attuazione
Alessio De Luca è Responsabile Politiche dell’innovazione digitale e Ufficio 4.0. CGIL
