Pubblico impiego: il silenzio della politica

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La Corte Costituzionale è di nuovo intervenuta, di fronte alla sostanziale inerzia del Parlamento, per ribadire le proprie precedenti valutazioni, in particolare sul contrasto delle norme censurate con l’art. 36 Cost. e rinvia la conseguente decisione al gennaio 2027. Per i dipendenti pubblici il pagamento del trattamento di fine servizio nel caso di collocamento a riposo per limiti di età o di servizio viene effettuato, tra dilazione iniziale e possibili rate annuali, dal minimo di uno al massimo di quattro anni dopo la cessazione, a seconda dell’ammontare della liquidazione e senza interessi (termini più lunghi sono poi previsti in caso di pensioni anticipate). La questione della incompatibilità di questo sistema con l’art. 36 Costituzione era già stata giudicata fondata dalla Corte costituzionale nel 2019 e nel 2023, ma era stato lasciato alla discrezionalità del Parlamento l’iniziativa del ripristino, anche graduale (in considerazione del notevole costo dell’operazione) della legalità costituzionale. Ora, investita per la terza volta della questione, ha di nuovo censurato il comportamento del Parlamento ed esortato, seppur nel rispetto dei diversi ruoli, a definire la vicenda che non è affatto marginale perchè riguarda una componente della retribuzione maturata nel corso della vita lavorativa e destinata a essere percepita al termine del servizio. Somma che nel momento in cui il lavoratore conclude la propria carriera, resta bloccata per mesi o anni.

Il nuovo intervento della Corte sollecita il legislatore ad intervenire, fissando anche una scadenza, quella del 14 gennaio 2027, come data dalla quale, in assenza di una soluzione politica e normativa, si terrà una nuova udienza che potrebbe essere anche definire il pagamento immediato di tutti gli arretrati per tutti i dipendenti pubblici nelle stesse condizioni,