Pensioni: siamo ad un bivio, sistema pubblico o sistema privato?
La notizia (pubblicata qui da Infoquadri) che diminuisce ancora il coefficiente di trasformazione (quello che trasforma il montante contributivo accumulato in rendita annuo alimenta il dibattito sulla doppia sfida che deve affrontare il sistema pubblico: garantire pensioni adeguate e mantenere la sostenibilità finanziaria. Ill rischio è che il diritto alla pensione si trasformi progressivamente nella necessità di costruirsi, fin da giovani, un capitale privato.
La pensione italiana sta entrando in una nuova fase.
Non è più sufficiente chiedersi quando si potrà andare in pensione. La domanda decisiva è un’altra: quanto varrà la pensione quando arriverà il momento di smettere di lavorare?
Il problema riguarda soprattutto le generazioni più giovani, ma coinvolge ormai anche chi si trova vicino all’età pensionabile. Il sistema contributivo lega infatti in modo sempre più stretto la prestazione alla quantità di contributi accumulati e all’età alla quale si lascia il lavoro. E uno dei meccanismi fondamentali attraverso cui il montante contributivo viene trasformato in pensione — il coefficiente di trasformazione — continua a essere modificato in funzione della speranza di vita.
Il risultato è apparentemente paradossale: si può lavorare più a lungo, versare più contributi e, a parità di montante e di età, ottenere comunque una rendita inferiore rispetto a chi è andato in pensione qualche anno prima.
Nel sistema contributivo la pensione annua viene determinata moltiplicando il montante contributivo individuale per un coefficiente di trasformazione. e questo coefficiente varia in funzione dell’età al momento del pensionamento: più elevata è l’età, maggiore è il coefficiente, perché statisticamente la durata attesa dell’erogazione della pensione è più breve.
Dal 1° gennaio 2025 sono entrati in vigore nuovi coefficienti, validi per il biennio 2025-2026.
A 67 anni il coefficiente è passato dal 5,723% del biennio 2023-2024 al 5,608%. A 65 anni è sceso dal 5,352% al 5,250%; a 66 anni dal 5,531% al 5,423%.
La riduzione può sembrare modesta se osservata in termini percentuali. Diventa invece significativa quando viene applicata a un montante di diverse centinaia di migliaia di euro e soprattutto quando si considera che il meccanismo è destinato a operare lungo tutta la vita pensionistica.
Per esempio, con un montante contributivo di 300.000 euro, a 67 anni il coefficiente del 5,723% avrebbe prodotto una pensione annua lorda di circa 17.169 euro. Con il nuovo coefficiente del 5,608%, la prestazione scende a circa 16.824 euro: 345 euro lordi in meno all’anno, a parità di montante e di età.
Non è quindi corretto parlare di una “tagliola” che riduce automaticamente la pensione di tutti: il coefficiente riguarda le quote calcolate con il metodo contributivo e il risultato finale dipende anche dal montante effettivamente accumulato. Ma il principio è chiaro e va ribadito con chiarezza anche per quella stampa distratta che copia e incolla i comunicati stampa: a parità di montante contributivo, il valore della rendita può diminuire quando vengono aggiornati i coefficienti.
L’evoluzione storica rende il fenomeno ancora più evidente.
Nel 2009, per il sistema allora vigente, il coefficiente a 65 anni era pari al 6,136%. Dal 2010 scese al 5,620%. Con l’estensione dei coefficienti alle età superiori ai 65 anni, dal 2013 diventò possibile distinguere 65, 66 e 67 anni.
Da allora la serie ha continuato a modificarsi.
La serie mostra una tendenza di lungo periodo inequivocabile: rispetto ai valori originari, il coefficiente è diventato progressivamente meno favorevole.
Il fenomeno è particolarmente evidente a 67 anni. Secondo l’interessante studio pubblicato dal CESMAL Centro Studi sul Management edl il Lavoro, si passa dal 6,136% del 2009, quando per le età superiori a 65 anni si applicava ancora il valore corrispondente ai 65 anni, al 5,608% oggi in vigore. La riduzione è superiore all’8%.
Va però fatta una precisazione importante: la serie non è perfettamente lineare. Nel biennio 2023-2024 i coefficienti erano temporaneamente aumentati, anche in relazione agli effetti demografici determinati dalla pandemia. Dal 2025 sono nuovamente diminuiti.
Il dato strutturale, tuttavia, rimane: *l’aumento della longevità tende, a parità di altre condizioni, a ridurre il coefficiente applicato al montante.
Il problema dei coefficienti si inserisce in un quadro pensionistico già caratterizzato da importi spesso contenuti. Sempre nello studio CESMAL si legge che i dati INPS relativi al 2024 mostrano che le prestazioni pensionistiche vigenti al 31 dicembre erano 23.015.011, per una spesa complessiva annua di 364,132 miliardi di euro. I beneficiari erano 16.305.880, con una media di 1,4 prestazioni per persona.
Il 67,6% delle prestazioni, pari a circa 15,6 milioni, aveva un importo inferiore a 1.500 euro lordi mensili.
Ancora più significativo è il dato relativo alle prestazioni sotto i 1.000 euro: circa 4,5 milioni erano inferiori a 500 euro e 7,9 milioni erano comprese tra 500 e 1.000 euro. Complessivamente si arriva al 53,9% del totale.
Questi numeri vanno però interpretati con attenzione: si riferiscono all’insieme delle prestazioni pensionistiche e comprendono anche componenti assistenziali. Non possono quindi essere utilizzati per affermare che il 53,9% delle sole pensioni previdenziali di vecchiaia sia sotto i 1.000 euro me resta il fatto che una parte molto consistente dei trattamenti pensionistici italiani si colloca su livelli relativamente bassi.
Ancora più evidente è la disuguaglianza di genere. Nel 2024 le donne rappresentavano il 51% dei pensionati, ma ricevevano soltanto il 44% circa dei redditi pensionistici complessivi. Il reddito pensionistico medio annuo degli uomini era di 25.712 euro, contro 19.140 euro delle donne, (-34%).
La ragione non va cercata soltanto nel sistema pensionistico, la pensione è infatti lo specchio della carriera lavorativa e le donne in Italia hanno salari medi più bassi, minore partecipazione al mercato del lavoro, carriere discontinue, part-time, interruzioni legate alla maternità e maggiore esposizione al lavoro di cura che producono inevitabilmente un montante contributivo più basso.
Il problema della pensione femminile, quindi, è prima ancora un problema del mercato del lavoro femminile.
Leggendo i dati più recenti sui flussi emerge un’altra caratteristica del sistema italiano. Il declino delle pensioni anticipate.
Nel 2025 le pensioni con decorrenza nell’anno sono state 892.108 nelle principali gestioni considerate dall’INPS, con un importo medio mensile alla decorrenza di 1.216 euro.
Nella serie 2024-2025 si assiste ad una riduzione delle pensioni anticipate: nel 2024 erano state 223.216, mentre nel 2025 sono scese a circa 202.700. Le pensioni di vecchiaia sono passate da circa 266.600 a circa 267.300, a seconda del perimetro statistico considerato nelle diverse rilevazioni INPS.
Questi dati mostrano che il problema non può essere risolto semplicemente facendo uscire tutti più tardi ma va trovato un equilibrio tra più esigenze perchè la vera criticità di domani nel nostro Paese è vivere più a lungo lavorando meglio e arrivando ad un riposo dal lavoro che non sia povertà.
Oggi il sistema pensionistico pubblico si fonda su una regola basilare: se una persona vive più a lungo, statisticamente la pensione dovrà essere pagata per un periodo maggiore. A parità di montante, il coefficiente deve quindi tenere conto di questa maggiore durata. Quindi si tende ad abbassarlo all’aumento del numero dei pensionandi, cosa che sta accadendo per i baby boomers.
Il problema nasce quando questo meccanismo viene applicato senza considerare adeguatamente la qualità della vita lavorativa.
Un lavoratore che svolge un’attività intellettuale può avere condizioni completamente diverse da un lavoratore impegnato per quarant’anni in un’attività fisicamente usurante. Allo stesso modo, un lavoratore con una carriera stabile e ben remunerata non è comparabile con chi ha alternato contratti precari, periodi di disoccupazione e part-time. Il sistema contributivo tende oggi a fotografare la quantità di contribuzione ma la vita lavorativa non è uguale per tutti.
La vera sfida della previdenza italiana è quindi demografica, il sistema pubblico italiano è fondato in larga misura sul principio della ripartizione con i contributi dei lavoratori finanziano le prestazioni correnti, se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati, il rapporto diventa progressivamente più difficile.
Per questo la sostenibilità delle pensioni non dipende soltanto dall’età pensionabile ma dal numero degli occupati, dai salari, dalla produttività, dalla permanenza al lavoro degli over 55 ma soprattutto dalla capacità del Paese di generare crescita economica.
È questa una delle grandi contraddizioni del dibattito italiano, si discute continuamente di come ridurre la spesa pensionistica, ma molto meno di come aumentare la base contributiva.
Per i giovani il problema potrebbe essere ancora più serio. Il sistema contributivo funziona bene quando esiste una carriera lunga, stabile e adeguatamente retribuita, invece un giovane entra nel mercato del lavoro a 28 o 30 anni, alterna contratti a termine, periodi di disoccupazione, lavoro autonomo e part-time e raggiunge soltanto dopo molti anni una posizione stabile quindi il suo montante contributivo sarà inevitabilmente più basso. E il coefficiente di trasformazione, per quanto importante, non può compensare un montante insufficiente determinando il problema delle pensioni future non può essere affrontato soltanto con una riforma previdenziale.
L’INPS stessa riconosce il ruolo della previdenza complementare come strumento di integrazione della pensione pubblica, soprattutto per i giovani. Il presidente dell’INPS Gabriele Fava ha recentemente sottolineato la necessità di rafforzare non soltanto il secondo pilastro, quello della previdenza complementare collettiva, ma anche una dimensione individuale della previdenza, proponendo un “fondo previdenziale fin dalla nascita”, alimentato inizialmente dallo Stato e successivamente dalle famiglie. L’idea è quella di creare per ogni nuovo nato una sorta di “salvadanaio previdenziale”, con un contributo iniziale pubblico e successivi versamenti familiari, eventualmente fino a 100 euro al mese.
L’obiettivo è condivisibile: cominciare molto presto a costruire una posizione previdenziale complementare per i giovani. Ma proprio qui emerge la questione politica più importante.
La pensione è un diritto sociale o un investimento finanziario?
Se il futuro pensionistico dipende sempre più dalla capacità individuale di accumulare un capitale complementare, rischiamo di assistere a un cambiamento profondo della natura stessa della previdenza. Il principio costituzionale dell’articolo 38 della Costituzione afferma il diritto dei lavoratori a mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di vecchiaia, invalidità e disoccupazione involontaria. La previdenza pubblica nasce come “diritto sociale fondato sul lavoro, sulla contribuzione e sulla solidarietà collettiva”, la previdenza complementare nasce invece come integrazione. Se l’integrazione diventa, di fatto, necessaria per ottenere una pensione adeguata la domanda diventa inevitabile: stiamo costruendo un sistema nel quale la pensione pubblica garantisce il minimo e la pensione dignitosa deve essere acquistata sul mercato attraverso un investimento finanziario?
È un interrogativo che non può essere liquidato come una contrapposizione ideologica tra pubblico e privato perché esiste una differenza fondamentale tra chi dispone di un reddito elevato e può accantonare di più e chi non lo ha; tra chi ha una carriera stabile può versare con continuità e chi ha carriera precaria e discontinua; chi ha ricevuto un’eredità o dispone di risparmio familiare può costruire più facilmente un patrimonio e chi non ha questa fortuna.
Un giovane con salario basso, lavoro discontinuo e difficoltà economiche potrebbe non avere alcuna possibilità concreta di finanziare una previdenza complementare significativa con il rischio di trasferire nella previdenza una disuguaglianza già presente nel mercato del lavoro.
Il messaggio ai giovani non può essere semplicemente di cominciare prima a investire.
