Smart Working: sempre meno aziende lo applicano

image

A sei anni dalla pandemia lo smartworking sembra giunto al tramonto. La riduzione dello smart working in Italia, particolarmente evidente tra il 2024 e questo inizio di 2026, non è dovuta a una singola causa, ma a un incrocio di fattori normativi, culturali e gestionali.

Sebbene i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano mostrino una tenuta del modello “ibrido” nelle grandi aziende, il calo complessivo (soprattutto nelle PMI) è reale. Il fattore scatenante principale è stato il ritorno alla Legge 81/2017 infatti durante la pandemia e fino a metà 2024, vigevano regimi semplificati che permettevano lo smart working senza accordi individuali scritti. Oggi, ogni azienda deve negoziare accordi formali con ogni singolo dipendente o attraverso contratti collettivi, aumentando il carico burocratico.

La recente Legge sulle PMI ha inasprito i controlli sulla sicurezza sul lavoro anche da remoto. I datori di lavoro sono ora soggetti a sanzioni più severe se non forniscono informative dettagliate e aggiornate sui rischi (ergonomia, stress lavoro-correlato), spingendo molti a preferire il rientro in ufficio per limitare le responsabilità legali.

C’è poi un fattore “culturale”, molte aziende italiane stanno seguendo il trend globale del Return to Office innanzitutto perchè molti manager faticano ancora a valutare il lavoro “per obiettivi” e preferiscono il controllo visivo. Senza il dipendente in ufficio, percepiscono una perdita di potere o di coesione del team. Si è diffusa la convinzione che l’innovazione e la creatività soffrano nel digitale puro, portando le aziende a imporre almeno 3-4 giorni di presenza per favorire gli incontri informali.

La riduzione non è omogenea, creando un’Italia a tre velocità:

PMI in ritirata: Sono le aziende dove lo smart working sta calando drasticamente (sceso a circa l’8%). Qui mancano spesso le infrastrutture tecnologiche e la cultura organizzativa per gestire il lavoro remoto.

Pubblica Amministrazione in controtendenza: Grazie ai nuovi contratti collettivi (2025-2027), la PA sta invece aumentando leggermente l’uso dello smart working per diventare più attrattiva verso i giovani talenti.

Grandi Imprese: Si sono stabilizzate sul modello ibrido (2 o 3 giorni a casa), usandolo come strumento di welfare per evitare le dimissioni di massa (Great Resignation).

Non va sottovalutata la pressione economica, il ritorno in ufficio è spinto anche indirettamente da logiche legate al valore degli immobili commerciali e all’indotto dei centri urbani (mense, bar, trasporti), che hanno sofferto duramente durante i periodi di svuotamento degli uffici.

Paradossalmente, nel 2026 lo Stato ha introdotto bonus per chi torna in Italia a lavorare (anche in smart per aziende estere), ma a livello locale molte aziende preferiscono avere le scrivanie piene per giustificare i costi degli affitti dei grandi HQ (Headquarters).

Lo smart working in Italia non sta “morendo”, ma sta diventando un privilegio negoziato anziché un diritto acquisito. Mentre i lavoratori lo considerano fondamentale per il benessere (il 60% teme ulteriori restrizioni), molte aziende lo vedono ancora come un’eccezione alla regola della presenza fisica, l’assenza del personale in sede si è rivelata una trappola con minore partecipazione, minore produttività e dalla quale uscire il più velocemente possibile. Ricordiamo il caso Stellantis: l’amministratore delegato Antonio Filosa ha comunicato ai dipendenti che nel 2027 lo smartworking verrà abolito. «Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio» ha detto. Fine della discussione. Per il 2026 si prevede una transizione con tre giorni di presenza alla settimana in ufficio. Dei 30mila dipendenti complessivi in Italia soltanto un terzo usufruisce al momento del lavoro agile, ovviamente si tratta di impiegati e non di operai. 

Altro caso italiano è quello di Ubisoft,  la multinazionale dei videogiochi che ha una sede ad Assago in provincia di Milano e che ha comunicato senza preavviso l’obbligo di presenza in sede cinque giorni su cinque per programmatori, grafici e tecnici. Il personale non l’ha presa benissimo e ha indetto tre giorni di sciopero. L’annuncio è avvenuto in contemporanea ad un piano di tagli di 200 milioni di euro. Il piano dell’editore francese è quello di ridurre pesantemente i costi, cancellando alcuni giochi e rinviando una serie di progetti. A preoccupare è anche un piano di licenziamenti che i sindacati stimano possa riguardare 200 persone nelle diverse sedi della società. Il sospetto è che l’abolizione dello smartworking rappresenti un incentivo alle dimissioni volontarie evitando i costi di licenziamenti diretti.

Anche Lutech, il terzo player italiano nell’information technology ha fatto marcia indietro obbligando i quadri intermedi ad una presenza cinque su cinque che ha generato uno sciopero unitario.

Durante la pandemia si era diffusa la convinzione che lo smart working producesse almeno due vantaggi per le imprese. Il risparmio sugli uffici e un aumento della produttività. Ma entrambe le idee sembrano adesso essere superate: gli edifici mezzi vuoti continuano a costare (affitti, manutenzioni, bollette) mentre sul fronte della produttività si segnalano processi decisionali più lunghi accompagnati da una perdita del senso di appartenenza aziendale. 

In Europa la situazione è molto più sfaccettata rispetto all’Italia. Mentre noi stiamo vivendo una fase di “ritorno forzato” dettato da burocrazia e cultura manageriale, nel resto del continente lo smart working sta diventando uno strumento geopolitico e di risparmio energetico. A differenza dell’Italia, dove il dibattito è focalizzato sul controllo del dipendente, l’Unione Europea vede il lavoro agile come una soluzione pragmatica alle crisi attuali. Con il Piano “Accelerate EU” (Aprile 2026) la Commissione Europea ha proposto raccomandazioni che includono almeno un giorno di telelavoro obbligatorio a settimana per ridurre i consumi energetici negli uffici e limitare l’uso di carburante, visti i rincari legati alle tensioni in Medio Oriente Molti Paesi (come Francia e Belgio) utilizzano il venerdì o il lunedì in smart working per “spegnere” i palazzi governativi e abbattere le emissioni di CO2. In Irlanda con il “Right to Remote Work Bill 2026” è stata approvata una legge che dà ai lavoratori il diritto immediato di richiedere il lavoro remoto. Il datore di lavoro non può più dire di “no” per semplice preferenza, ma deve dimostrare con prove tecniche e organizzative che il ruolo non è compatibile con la distanza. In Germania e Spagna è diventato un pilastro accompagnato da un massiccio intervento sulla disconnessione. Le aziende che inviano email o messaggi fuori orario rischiano multe salatissime, rendendo lo smart working più sostenibile e meno “invadente”.

L’Europa si è divisa tra chi “chiude” gli uffici e chi “apre” i confini, paesi come Slovenia, Bulgaria e Moldavia hanno lanciato nel 2026 nuovi visti per attrarre professionisti remoti. La strategia è chiara: se la tua azienda ti permette di lavorare ovunque, vieni a spendere il tuo stipendio da noi e si è fermata la corsa verso le grandi capitali (Londra, Parigi, Milano). Nel 2026 i lavoratori europei preferiscono le cosiddette “città di secondo livello” come Valencia, Braga o Montpellier, dove il costo della vita è più basso e la qualità dell’infrastruttura digitale è eccellente.

Secondo i dati dei principali osservatori europei del 2026:Il 42% degli europei lavora in modalità ibrida, nel Nord Europa vige la flessibilità totale: il team decide autonomamente quando vedersi per i meeting, senza imposizioni rigide dall’alto e mentre l’Italia sta cercando di capire come “riportare la gente alla scrivania”, l’Europa sta cercando di capire come rendere il lavoro remoto un’arma strategica per la sostenibilità e la competitività economica.