Tecnologia: il mondo del lavoro alla sfida dell’IA
L’impressione che si ricava analizzando la velocità e la pervasività con cui l’Intelligenza Artificiale sta impattando sul mondo del lavoro non è tanto quella di una innovazione tecnologica, quanto di un aggiornamento del software di sistema dell’intero mondo produttivo. Dal punto di vista dei diritti, però, tutto ciò rischia di trasformarsi in un vero e proprio cambio di stato della “materia sociale”, rendendola sempre più evanescente e sfuggente. È pertanto doveroso, pur con tutte le difficoltà legate all’analisi di un fenomeno rivoluzionario tuttora in atto, provare a coordinare la fredda osservazione con una visione antropologica del cambiamento. L’intelligenza artificiale non sta infatti bussando alla porta del mercato del lavoro come un ospite, ma come un architetto che vorrebbe ridisegnare l’intera casa e cambiare l’immagine della città. L’entità degli investimenti, la statura degli investitori e la mancanza di un quadro di governance a livello globale, rende difficile pensare che legislatori, governanti, giudici e corpi intermedi possano sedersi al tavolo in una posizione di forza, limitandosi ad imporre la conservazione di una serie di modelli e di prassi che rischiano di diventare rapidamente inadatti ed inefficaci a garantire le rispettive funzioni sociali.
Chiaramente, la prima direttrice con cui occorre confrontarsi, non solo per l’alto valore storico e simbolico che ha nell’immaginario collettivo, è quella della sostituzione macchina-uomo: ma a differenza delle precedenti rivoluzioni industriali, l’IA non minaccia solo il dato fisico della forza lavoro, espresso in termini quantitativi, ma minaccia di erodere il controllo umano sulle attività cognitive e creative, quindi agendo sia sulla qualità del lavoro, che sulla dimensione sociale dell’individuo – lavoratore. La domanda che dobbiamo porci, dunque, non è soltanto quanti umani lavoreranno o non lavoreranno nel prossimo futuro, ma anche come lavoreranno o come verrà richiesto loro di lavorare. Pur con tutte le cautele del caso, analizzando i dati degli studi e delle prime rilevazioni sul campo, nei settori maggiormente interessati dall’automazione fino al 30% dei posti di lavoro esistenti potrebbe essere altamente esposti ad una sostituzione o ad una radicale rivisitazione delle mansioni svolte. Allo stesso tempo, i primi dati evidenziano la non linearità del processo: il settore dei servizi professionali e finanziari, dove si registra la maggiore esposizione al rischio di sostituzione, sta generando infatti una crescente domanda di nuovi ruoli legati alla supervisione dei sistemi algoritmici; d’altro canto, contrariamente a quanto si immaginava, l’impatto maggiore sembrerebbe essere sui nuovi assunti piuttosto che sulla forza lavoro già in servizio.
Come dice da tempo Mario Caligiuri, uno dei più raffinati interpreti del cambiamento in atto, la temuta sostituzione di massa assomiglia piuttosto ad un’ibridazione. In un pregevole lavoro sul rapporto tra la mente e la macchina, a partire da quanto avvenuto nel mondo degli scacchi, Michele Iaselli ha rilanciato l’idea del centauro come rappresentazione simbolica del lavoratore prossimo venturo: parafrasando il mito, il raziocinio umano verrebbe chiamato quindi a gestire l’esuberanza della macchina. In questo scenario, la riqualificazione professionale sembra essere l’unico paracadute efficace. La sfida è duplice: non si tratta solo di formare chi entra nel mercato, ma di gestire la maturità lavorativa di chi ha già anni di esperienza e rischia di vedere evaporare le proprie competenze, che andranno allineate alle nuove esigenze o sostituite da nuove conoscenze. Si tratta di una vera e propria rivoluzione formativa, che dovrà interessare anche i programmi ministeriali, partendo dalla scuola dell’obbligo fino ai percorsi professionalizzanti e accademici, ma soprattutto promuovendo lo sviluppo di quel pensiero critico e di quella creatività, che auspicabilmente dovranno affiancare le macchine e le loro inarrivabili capacità computazionali.
La velocità e l’estensione del cambiamento impongono inoltre un ripensamento del ciclo di vita: l’idea di una formazione giovanile che sostenga quarant’anni di carriera difficilmente potrà essere uno scenario del futuro. Le scelte vocazionali, in quei fortunati contesti in cui ancora esistono, non saranno più ancorate al raggiungimento di un titolo di studio, ma ad una disposizione all’apprendimento continuo. Questo spiccato dinamismo, però, se non adeguatamente gestito dai decisori politici e dalla società civile, rischia di generare una profonda instabilità sociale, soprattutto in un mondo in cui la forbice tra ricchi e poveri si sta allargando pericolosamente. Se il lavoro diventa fluido, il rischio è che lo diventino anche la dignità economica e quelle politiche previdenziali ed assistenziali che garantiscono l’inclusione sociale. Sarà compito delle parti sociali ripensare il sostegno all’occupazione e al reddito, in quelle forme che il futuro renderà possibili e praticabili, per evitare una polarizzazione tra lavoratori privilegiati e lavoratori marginalizzati, che rischierebbe di esplodere in conflitti sociali ingestibili. La sfida non è solo economica e di sicurezza, ma identitaria: provare a gestire uno strumento potentissimo, riorientandolo a sostegno di un sapere condiviso e a tutela dei diritti civili e di libertà, evitando di diventare i semplici passeggeri di un’astronave che si allontana a grande velocità dal mondo del lavoro che abbiamo imparato a conoscere.
